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L'INSERIMENTO IN CLASSE DEGLI ALUNNI D'ORIGINE STRANIERA |
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| DATA | TITOLO | AUTORE |
| 18 /4/ 2002 | Maria Omodeo - Cospe | |
| 12 /4/ 2002 | Sara Malavolti | |
| 23/4/ 2001 | Giuseppe Faso | |
| 12/3/ 2001 | Francesca Panzica - Insegnante | |
| 11/2/ 2001 | Cadei Maura - Brescia | |
| 5/2/ 2001 | Sbordoni Mauro | |
| 19/1/ 2001 | Lucia Maddii | |
| 14/1/ 2001 | Francesca Panzica - insegnante | |
| 27/12/2000 | Marco Marigo – Cospe | |
| 23/12/2000 | Turchi Daniele - insegnante | |
| 9/12/ 2000 | Maria Omodeo - Cospe | |
| 24/11/2000 | Ornella Volpicelli - insegnante | |
| 10/9/2000 | Maria Omodeo - Cospe | |
| 5/7/ 2000 | Anja Rutgers Van Der Loeff - Amsterdam | |
| 5/7/ 2000 | Diana De Lorenzi - Firenze | |
| 11/6/2000 | Mauro Sbordoni | |
| 24/5/2000 | Maria Omodeo - Cospe | |
| 14/4/2000 | Moustapha Chakir | |
| 14/4/2000 | Beatrice Falcini | |
| 9/4/ 2000 | Lucia Maddii | |
| 2/4/ 2000 | Sabrina Ardizzoni | |
| 15/3/2000 | Maria Omodeo - Cospe |
| Testi per bambini cinesi |
| da: Maria Omodeo - Equipe Socrates-Me-Too |
| ricevuto il: 18 aprile 2002 |
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Il Cospe - Onlus ha una lunga esperienza di realizzazione e produzione di materiali didattici per bambini d'origine cinese: penso che la cosa migliore sia sottoporre ai bambini il "Questionario bilingue italiano cinese per gli studenti" di Formosa - Omodeo (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000), poi si può proporre loro la serie di quaderni operativi "Dire Fare Comunicare" di Lucia Maddii (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed eventualmente per i più piccoli "Alfabetando - Vocabolario illustrato cinese italiano" di Cartei, Pucci, Santi (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed il CD - ROM "Xialong, Piccolo Drago", riedito anch'esso da Vannini di Brescia, che contiene due corsi: uno di italiano ed uno di cinese, entrambi da un livello 0 ad un livello intermedio, con giochi, esercizi, piccolo vocabolario. Per saperne di più www.cospe.it o www.vanninieditrice.it
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| Un testo per dei bambini cinesi |
| da: Sara Malavolti |
| ricevuto il: 12 aprile 2002 |
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Sono una studentessa iscritta al
primo anno fuori corso di lingue orientali a Venezia.
Vorrei sapere se mi potete
indirizzare verso un buon testo da poter proporre ai miei
alunni cinesi delle elementari, poiché nel mio paese c'è
una piccola comunità di cinesi, e sono stata assunta per
aiutarli nell'apprendimento dell'italiano, ma essendo la mia
prima esperienza di insegnamento non so bene come muovermi!! |
| Strumenti di lavoro |
| da: Giuseppe Faso |
| ricevuto il: 23 aprile 2001 |
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Tutto
il gran parlare che si fa di intercultura, il fiorire di corsi di
aggiornamento e corsi di sostegno nelle nostre scuole,
l’istituzione di dipartimenti e corsi di laurea (dopo Trieste, ora
è la volta di Venezia), producono tante attività e opportunità di
lavoro, ma raramente migliorano in misura significativa i risultati
scolastici dei minori figli di immigrati. Che, anzi, ora che sono
cresciuti di numero più spesso ancora di prima sono visti come un
problema, dimenticati o parcheggiati ai margini delle classi, o si
vedono rifiutata l’iscrizione (alla scuola dell’obbligo!) con
cavilli di vario genere. Non
può essere interesse di nessuno che nelle nostre città crescano
giovani senza prospettive di inserimento sociale, con amor proprio
ferito, scarsa fiducia in se stessi, consapevoli della situazione di
poco rispetto nei confronti dei propri genitori, del loro lavoro,
della loro provenienza. Eppure quanto viene approntato dalle
amministrazioni e dalle scuole, ai vari livelli, è ancora
spropositatamente poco rispetto all’importanza (e alla possibile
drammaticità) del problema: e ci tocca anche sorbirci tanta
retorica da parte di chi fa poco, e non sempre nella giusta
direzione… Naturalmente
non ci sono modelli, né ricette facili da seguire. Ma ci sono
esperienze positive, principi inderogabili e da tradurre in
strutture operative. Un’esperienza positiva e una interessante
struttura di principi vengono ora illustrate in questo notevole
libro pubblicato dalla Erickson, a cura di
Phil Green, “Alunni immigrati nelle scuole europee. Dall’accoglienza
al successo scolastico”, (Erickson, Trento, 2000, pp. 242, £
38.000)
che
consigliamo vivamente a quanti, nelle istituzioni (scuole, enti
locali…) vogliano affrontare davvero il tema. Il
volume nasce dall’esperienza della DIECEC (Developing
Intercultural Education trough Co-operation between European Cities),
un network di città europee che lavorano insieme dal 1994, con
l’obiettivo primario di migliorare il rendimento degli alunni
figli di immigrati, ma naturalmente con ricadute positive su gruppi
più estesi di alunni svantaggiati. Il lavoro in rete ha permesso di
confrontare progetti e addirittura in alcuni casi di esportare
esperienze che nei loro contesti sembravano magari ovvie, ma che
altrove non erano conosciute. La
scelta del DIECEC è stata, fin dall’inizio, quella di tentare un
approccio integrato al tema, coinvolgendo scuola e fuori-scuola,
studio e tempo libero, genitori e insegnanti, servizi pubblici e
volontariato, quartieri cittadini e comunità di immigrati. Un
ruolo-chiave viene attribuito a quanto si fa a scuola, ma risulta
presto evidente che risultati più sicuri e soddisfacenti si
ottengono grazie all’intervento attivo di altre agenzie. Lavorare
a progetti consapevolmente concertati tra famiglia, comunità e
scuola, verificarne gli esiti, discuterne le ragioni, ha portato il
più delle volte a rovesciare i circoli viziosi (mancanza di
autostima, rassegnazione ai cattivi risultati, sospetti reciproci)
in circoli virtuosi. Soprattutto
il ruolo positivo riconosciuto ai genitori, la valorizzazione
dell’apporto educativo delle loro capacità, esperienza e
conoscenze ha
contribuito all’efficienza delle varie agenzie educative. In altre
parole, l’intervento non è stato attuato sugli
immigrati e i loro figli, ma insieme
a loro. Ciò presuppone notevoli capacità di praticare la
partnership, di interrogarsi sul proprio ruolo e sulla necessità di
concertazione con altri ruoli e altre agenzie, di mettersi in gioco,
sia come singoli soggetti, sia come enti e istituzioni. Tali capacità
non sempre sono date, ma vanno, almeno parzialmente, costruite nel
corso dei progetti. Questo,
che è un motivo di qualificazione del progetto, ne è anche un
punto debole, lo rende difficilmente esportabile. Voglio dire che
senza una équipe qualificata sia l’intervento in loco sia il
lavoro in rete verrebbero gravemente penalizzati, e la qualità si
ottiene solo muovendo da competenze di partenza buone
(amministrative, pedagogiche, relazionali, etc.) e affinandole in un
percorso sicuramente gratificante, ma anche impegnativo. E’
infatti necessaria una capacità di ascolto e di incentivazione
della “base” diffusa, oggi un po’ in disuso in molte
amministrazioni, anche “democratiche”; e insieme poter contare
su una “leadership forte, valida e professionale non in senso
autocratico (…) una leadership che sia in grado di offrire capacità
gestionali di alto livello nella risoluzione di problematiche
complesse che implicano cambiamenti di mentalità ed elaborazione di
strategie e pratiche mirate” (p.40). Il
libro ha una forte valenza operativa, e dimette presto le vesti del
resoconto, per assumere l’aspetto di un manuale, stimolante e
problematico, capace di sottoporre a un fuoco di fila di domande
pertinenti, finalizzate alla costruzione di progetti e alla
conduzione di verifiche rigorose. Non che i percorsi siano
rigidamente prescritti; c’è una consapevolezza della priorità dei principi sulle ricette: “diamo per scontato che non tutti
saranno d’accordo sui punti e sui metodi qui indicati. Essi sono
da intendersi come un modo di identificare le priorità, pianificare
e monitorare interventi efficaci. Ciò che importa è disporre di
processi che prendano in considerazione gli elementi essenziali e
che, soprattutto, coinvolgano e responsabilizzino le comunità”
(p.44). Molte
altre pagine sono dedicate all’illustrazione dei progetti e delle
esperienze, sotto forma di “studi di caso”: e si tratta di
tragitti che insegnano molto, a farsi domande, a porsi scadenze
precise, a non ripiegare sul “trattabile”:”a volte”, si
legge a p.46, “le decisioni vengono prese in base ai problemi che
sembrano più facili da risolvere, a interessi passeggeri o sotto
l’influsso di determinate pressioni”. E’ invece necessario dar
vita “a processi molto più coerenti”. Ma la coerenza e
l’efficacia dei progetti rimandano alla necessità di un’azione
integrata, con il protagonismo paritetico di diversi soggetti e il
ruolo trainante di figure che a volte ci si augura che… esistano
davvero, come quando si scrive di una preside di Bologna: “…la
scuola è guidata da un capo d’istituto che ha progetti ben
chiari, offre una leadership trasparente e imparziale e ha una buona
conoscenza di una vasta gamma di
questioni didattiche” (p.110).Beati loro… Battute
a parte, uno dei nodi più delicati, in molti interventi a nostra
conoscenza, riguarda la valutazione dell’efficacia
dell’intervento didattico, nonché i criteri per la verifica dei
risultati raggiunti. Il sistema di valutazione, suggeriscono gli
esperti del DIECEC, deve essere “aperto ma rigoroso”, affinché
si giunga a “un potenziamento della professionalità e
dell’efficacia della scuola”(p.51).E’ intuitivo che c’è un
rapporto tra le capacità di innovazione nei metodi pedagogici e
didattici, la condivisione di esperienze, l’autovalutazione e una
efficace verifica dei risultati. Troppi sostegni all’inserimento
degli allievi di origine straniera hanno proprio qui un punto
debole, una cicatrice che rivela debolezze di impostazione profonde,
ma anche difficoltà di lunga durata nel rapporto tra scuola, città,
istituzioni. Il
volume si configura, in definitiva, come un vero e proprio manuale
non di lettura ma di attenta consultazione, capace di fornire “una
guida pratica per chi crea politiche e per chi le applica”
(p.24).Gli autori dichiarano di augurarsi che alla fine il lettore
si chieda: “Come posso fare, in virtù del ruolo che ricopro,
contribuire a garantire valide soluzioni multidimensionali e
integrate a problematiche che si ripercuotono negativamente sul
rendimento scolastico dei bambini e dei ragazzi appartenenti a
gruppi etnici minoritari?”. Con qualche perplessità per
quest’ultima espressione (derivata dall’inglese senza la dovuta
riflessione sulle differenze storico-sociali della nostra
immigrazione), ce lo auguriamo anche noi, invitando i lettori di
questa rubrica a procurarsi il libro e a lavorarci su.- |
| Passaggio di classe per bambini stranieri |
| da: Francesca Panzica - Insegnante |
| ricevuto il: 12 marzo 2001 |
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Nel mio circolo è stato iscritto un bambino di origine russa che, tramite un percorso individualizzato, è riuscito in breve tempo ad apprendere la lingua italiana utile non solo per partecipare attivamente alle lezioni, ma anche per poter apprendere le singole materie di studio.
Attualmente il bambino è iscritto
alla seconda, ma, essendo più grande dei compagni ed avendo
maggiori possibilità rispetto alla classe d'iscrizione,
quest'anno ha seguito le lezioni della terza classe.
Visti i notevoli progressi del
bambino, d'accordo con la famiglia abbiamo pensato di fargli
sostenere l'esame per il passaggio alla classe quarta, ma pare che
la legge permetta questi passaggi solo agli alunni non
frequentanti e con scuola familiare, per cui il bambino dovrebbe
essere ritirato da scuola per essere iscritto all'esame.
Vi risulta che ciò sia vero?
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| Capitani coraggiosi |
| da: Cadei Maura - Brescia |
| ricevuto il: 11 febbraio 2001 |
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Sono una mediatrice interculturale coinvolta in un progetto trimestrale per l'insegnamento dell'italiano ad una classe di adolescenti per lo più arabofoni. La programmazione prevede ore di rafforzamento linguistico e culturale in L1 e lezioni di scrittura creativa. Ritengo che il rischio di ghettizzazione sia forte, più dolorose le conseguenze che mettono a repentaglio anni di progressi sull'educazione alla pace. In classe non devo fare altro che sedare conflitti che vanno accentuandosi. Per non rendere né nicchia né ghetto la classe, si è deciso che la porta dell'aula resti sempre aperta e che possano seguire le lezioni anche italiani interessati. Per permettere ad alunni ed insegnanti di viaggiare con capitani coraggiosi, si è tappezzata l'intera scuola di manifesti e cartelloni. Vorrei ringraziare tutti i miei alunni per la maturità dimostrata. Posso dire che la più grande soddisfazione, oltre agli ovvi progressi linguistici, sia stata la presa di coscienza di appartenere a un sentire comune, conseguita, mi chiedo,chissà a che prezzo... chissà se al loro rientro "totale" in classe saranno in grado di far diventare capitani anche dei semplici mozzi; come sarà per loro ritornare alla normalità, sedie, banchi, note e voti...? Mi auguro che la struttura scuola possa fare da transatlantico e non rimanga un sottomarino e che possa avere come meta non tanto destinazioni dal sapore esotico quanto emozioni, ricordi rionali all'insegna dei vissuti di ogni singolarità meravigliosamente diversa....
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| I limiti delle norme |
| da: Sbordoni Mauro - Equipe Socrates MeToo |
| ricevuto il: 5 febbraio 2001 |
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Rispondo
alla domanda: esiste un numero di alunni stranieri per classe che
non deve essere superato ? Il fatidico 5. La risposta è : si e no.
Si nel senso che il Testo Unico in materia di istruzione del '94 al
Capo II "disposizioni sulla scolarità dei cittadini
stranieri" all'art.115 Formazione scolastica dei figli di
cittadini comunitari residenti in Italia comma 4 detta
"L'assegnazione alle classi degli alunni iscritti ai sensi del
presente articolo è effettuata , ove possibile, raggruppando alunni
dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare
il numero di cinque per ogni classe" E’
chiaro infatti che nessuna circolare o disposizione scolastica può
andare contro leggi più generali che sanciscono diritti più ampi
dei cittadini, e che dettano - vedi la Costituzione - finalità ben
diverse alla scuola. Occorre quindi piuttosto che difendere la
regola dei 5 per classe (del resto già largamente inapplicata nelle
scuole di tanti quartieri di Firenze, Campi, Prato e dintorni)
battersi perché scuola e territorio creino le condizioni per una
scuola che preveda laboratori e momenti specifici per gli stranieri:
(come da legge ) , per gli italiani in quanto tali, per i bambini
tutti insieme (è il momento del lavoro uguale per tutti e/o
dell'intercultura). Quindi le disposizioni soprattutto in un
ambiente come la scuola vanno reinterpretate e ricontestualizzate a
fronte delle nuove dimensioni che giorno per giorno va assumendo nel
nostro paese l'immigrazione. |
| Normativa |
| da: Lucia Maddii - Equipe Socrates MeToo |
| ricevuto il: 19 gennaio 2001 |
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| Scuola materna |
| da: Francesca Panzica - insegnante |
| ricevuto il: 14 gennaio 2001 |
Naturalmente non comprendono una parola d'italiano e , da quel
momento in poi, non fanno che piangere, nonostante tutti i
tentativi dell'insegnante e le cure affettuose che vengono
prestate loro
La giornata termina con le lacrime dei piccoli e il senso di
impotenza dell'insegnante che reclama "almeno" un
dizionario.
Cosa fare in questi casi, così frequenti ormai nella scuola dell'infanzia?
Spesso i nuovi arrivati vengono iscritti nelle classi a
seconda della conoscenza o meno della lingua italiana, per cui
si assiste ad aberranti situazioni in cui bambini di 8-9 anni
vengono inseriti in prime o seconde elementari solo perché si
ritiene che così sia per loro più facile apprendere la
lingua.Inutile dire che tali inserimenti aggravano non poco i
problemi di questi bambini che, per ovvie ragioni, non
riescono a socializzare con compagni di età ed interessi
troppo diversi.
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| Classi aperte |
| da: Marco Marigo – Cospe – équipe del progetto Socrates-Me-Too |
| ricevuto il: 27 dicembre 2000 |
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| Numero chiuso? |
| da: Turchi Daniele - insegnante |
| ricevuto il: 23 dicembre 2000 |
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| Classi aperte |
| da: Maria Omodeo - Cospe (FI) |
| ricevuto il: 9 dicembre 2000 |
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| Accoglienza e programmi di supporto linguistico |
| da: Ornella Volpicelli - insegnante |
| ricevuto il: 24 novembre 2000 |
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Sono un'insegnante di Materie Letterarie in
un ITIs di Roma a trend
crescente d'immigrazione: ho una I col 40% di stranieri; desidererei
specializzarmi nell'accoglienza e nei programmi di supporto linguistico
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| Parlante Lingua Nativa |
| da: Maria Omodeo - Cospe (FI) |
| ricevuto il: 10 settembre 2000 |
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| Corsi intensivi |
| da: Anja Rutgers Van Der Loeff - Amsterdam |
| ricevuto il: 5 luglio 2000 |
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Abbiamo esperienza di corsi intensivi da 10 anni a questa parte. Genitori e bambini sono contenti e i bambini imparano a capire, parlare, leggere e scrivere Olandese in 10 mesi. Ad Amsterdam abbiamo 34 classi di nuovi arrivati per bambini di 6-12 anni. Stanno in classe per un anno scolastico (10 mesi). Per chi fosse interessato possiamo dire di più...
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| Una scuola a porte aperte |
| da: Diana De Lorenzi - Firenze |
| ricevuto il: 5 luglio 2000 |
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La
scolarizzazione deve offrire all’alunno di un’altra etnia pari
opportunità di successo scolastico, sociale e di lavoro futuro e a tutti
gli alunni gli strumenti più idonei per crescere in una società
multiculturale, allora gli interventi da attivare non possono né ridursi
al solo aspetto linguistico né tantomeno avvenire lasciando inalterate le
strutture organizzative della scuola. In altre parole il problema vero non
è l’inserimento dei bambini di altre etnie nella scuola: il reale
problema, squisitamente culturale, è invece quello di trasformare la
scuola destinata ad accoglierli, di metterla in grado di formare degli
alunni in grado di confrontarsi e interagire con persone di cultura
diversa e di vivere la diversità come un valore.
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| Classi di accoglienza? No grazie. |
| Da: Mauro Sbordoni |
| ricevuto il: 11 giugno 2000 |
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Classi di accoglienza? No grazie. Condivido
sostanzialmente le osservazioni finora fatte sul forum. Esiste però
il problema dell'inserimento adeguato di alunni immigrati. Delle modalità,
delle gradualità, delle opportunità che devono essere offerte a
supporto di questi inserimenti. Bisogna tener conto di alcune variabili:
da dove vengono i nuovi arrivati? A quale punto dell'anno? In quale
scuola e in quale classe vengono inseriti? Trovano nella classe altri
bambini della loro nazionalità già inseriti?E questi bambini possono
rappresentare un aiuto all'accoglienza o di contro (come avviene
alcune volte fra gli alunni rom) soggetti, all'inizio, potenzialmente
ostili? E gli insegnanti di classe che competenze e che esperienze hanno
in materia ?
Io penso che l'inserimento nella classe di
destinazione debba essere immediato (è già questo un messaggio di
accoglienza) però al tempo stesso deve essere graduale nel tempo (come
si fa per i"nostri bambini" negli asili nido e nelle scuole
materne). Sia come durata del tempo scuola , sia come permanenza nella
classe. Occorre quindi che a lato della classe, la scuola si doti di
altri ambienti di lavoro/relazione/osservazione e delle relative
competenze professionali.
La questione - una volta affermati
certi principi - andrebbe affrontata caso per caso. L'immigrato è sempre
nuovo, sempre nuovi quindi i problemi che presenta. Perciò la scuola
per accoglierli deve essere capace a dare soluzioni nuove a problemi
diversi. Come vedete siamo appena all'inizio del discorso.
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| Riorganizzare la didattica |
| da: Maria Omodeo |
| ricevuto il: 24 maggio 2000 |
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La riorganizzazione della didattica in classi in cui arrivano bambini che non parlano italiano è un tema complesso, è difficile sintetizzarlo all’interno di un forum. Spero che questa domanda stimoli tanti insegnanti ad inviare le loro esperienze e suggerimenti di strategie applicate con successo. Dal canto mio tenterò di dare una serie di suggerimenti basati sull’esperienza empirica svolta dal Cospe e rinvio ai testi più articolati che si possono trovare nella sezione “interculturalità”:
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| Insieme |
| da: Moustapha Chakir |
| ricevuto il: 14 aprile 2000 |
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No, è preferibile mettere i bambini immigrati insieme agli italiani.
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| Insieme |
| da: Beatrice Falcini |
| ricevuto il: 14 aprile 2000 |
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Assolutamente non è giusto mettere i bambini d'origine straniera in
classi separate, perché pedagogicamente ormai da anni è stato
riconosciuto come principale valore educativo la socializzazione.
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| A proposito di corsi intensivi |
| da: Lucia Maddii |
| ricevuto il: 9 aprile 2000 |
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Questo è un argomento che mi sta molto a cuore, ma non mi dilungherò
perché molto è stato detto da Maria e da Sabrina. Mi ricorda le
arrabbiature prese durante certi collegi dei docenti quando il
"vento" cominciava a spirare verso le "classi di
accoglienza". Parlare di accoglienza era un vero e proprio eufemismo
perché lo scopo era quello di separare dal resto della classe i ragazzi
stranieri per 4 ore al giorno (tutti i giorni!!!!) per 4, 5 mesi. Seguendo
la logica di alcuni docenti (e capo d'istituto!) i ragazzi non sarebbero
mai rientrati in classe, finendo per soggiornare definitivamente in questa
struttura "ghetto": si attendeva,infatti, che questi poveretti
potessero seguire le normali lezioni della classe! I risultati di questa
esperienza sono stati disastrosi: coloro che appartenevano alla classe di
"accoglienza" formavano i loro legami di amicizia con i
connazionali e non avevano nessuno stimolo ad imparare l'italiano. Quando
rientravano nella classe, durante il pomeriggio, stavano lì come corpi estranei: loro non si
sentivano della classe e nemmeno l'insegnante , forse, li percepiva come
tali, perché il grosso del lavoro di alfabetizzazione era svolto la
mattina nel corso intensivo.
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| Classi di transito |
| da: Sabrina Ardizzoni |
| ricevuto il: 2 aprile 2000 |
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dopo due o tre mesi di corso di italiano un bambino appena arrivato da
un paese straniero non sarà comunque in grado seguire una lezione
frontale tradizionale in classe in tutto e per tutto come i suoi compagni
itaolofoni. In quei tre mesi in cui lo si è escluso dalla vita in classe,
anzi, a mio avviso, gli si è tolto lo stimolo alla comunicazione, si è
rallentato il processo di conoscenza della scuola italiana nelle sue realtà
extralinguistiche, nei suoi orari, nelle dinamiche di classe che si creano
tra pari.
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| Corsi intensivi |
| da: Maria Omodeo |
| ricevuto il: 15 marzo 2000 |
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Il tentativo è stato sperimentato in varie realtà, ma anche quando i
risultati linguistici possono essere soddisfacenti, il fatto di non
condividere la vita scolastica con i compagni autoctoni o di altre
provenienze spinge i bambini di nuovo arrivo a sentirsi esclusi e ad
isolarsi ulteriormente. Inoltre, com'è noto, la voglia di comunicare
(soprattutto con i coetanei)spinge ad imparare più in fretta, perciò la
risposta è: inserire subito in classe i bambini, predisponendo per loro
percorsi linguistici ad hoc intensivi, ad esempio una o due ore, almeno
due volte la settimana.
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