FORMATORI - FORUM DI DISCUSSIONE

L'INSERIMENTO IN CLASSE DEGLI ALUNNI D'ORIGINE STRANIERA

DATA TITOLO AUTORE
18 /4/ 2002

Testi per bambini cinesi

Maria Omodeo - Cospe 
12 /4/ 2002

Un testo per dei bambini cinesi

Sara Malavolti
23/4/ 2001

Strumenti di lavoro

Giuseppe Faso
12/3/ 2001

Passaggio di classe per bambini stranieri

Francesca Panzica - Insegnante
11/2/ 2001

Capitani coraggiosi

Cadei Maura - Brescia
5/2/ 2001

I limiti delle norme

Sbordoni Mauro 
19/1/ 2001

Normativa

Lucia Maddii 
14/1/ 2001

Scuola Materna

Francesca Panzica - insegnante 
27/12/2000

Classi aperte

Marco Marigo – Cospe 
23/12/2000

Numero chiuso?

Turchi Daniele - insegnante 
9/12/ 2000

Classi aperte

Maria Omodeo - Cospe 
24/11/2000

Accoglienza e programmi di supporto linguistico

Ornella Volpicelli - insegnante
10/9/2000

Parlante Lingua Nativa 

Maria Omodeo - Cospe 
5/7/ 2000

Corsi intensivi

Anja Rutgers Van Der Loeff - Amsterdam
5/7/ 2000

Una scuola a porte aperte

Diana De Lorenzi - Firenze
11/6/2000

Classi di accoglienza? No grazie.

Mauro Sbordoni
24/5/2000

Riorganizzare la didattica

Maria Omodeo - Cospe 
14/4/2000

Insieme

Moustapha Chakir
14/4/2000

Insieme

Beatrice Falcini
9/4/ 2000

A proposito di corsi intensivi

Lucia Maddii
2/4/ 2000

Classi di transito

Sabrina Ardizzoni
15/3/2000

Corsi intensivi

Maria Omodeo - Cospe 

 

Testi per bambini cinesi
da: Maria Omodeo - Equipe Socrates-Me-Too
ricevuto il: 18 aprile 2002

Il Cospe - Onlus ha una lunga esperienza di realizzazione e produzione di materiali didattici per bambini d'origine cinese: penso che la cosa migliore sia sottoporre ai bambini il "Questionario bilingue italiano cinese per gli studenti" di Formosa - Omodeo (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000), poi si può proporre loro la serie di quaderni operativi "Dire Fare Comunicare" di Lucia Maddii (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed eventualmente per i più piccoli "Alfabetando - Vocabolario illustrato cinese italiano" di Cartei, Pucci, Santi (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed il CD - ROM "Xialong, Piccolo Drago", riedito anch'esso da Vannini di Brescia, che contiene due corsi: uno di italiano ed uno di cinese, entrambi da un livello 0 ad un livello intermedio, con giochi, esercizi, piccolo vocabolario. Per saperne di più www.cospe.it o www.vanninieditrice.it

 

Un testo per dei bambini cinesi
da: Sara Malavolti
ricevuto il: 12 aprile 2002
Sono una studentessa iscritta al primo anno fuori corso di lingue orientali a Venezia.

Vorrei sapere se mi potete indirizzare verso un buon testo da poter proporre ai miei alunni cinesi delle elementari, poiché nel mio paese c'è una piccola comunità di cinesi, e sono stata assunta per aiutarli nell'apprendimento dell'italiano, ma essendo la mia prima esperienza di insegnamento non so bene come muovermi!!
Sara

Strumenti di lavoro
da: Giuseppe Faso
ricevuto il: 23 aprile 2001

 

Tutto il gran parlare che si fa di intercultura, il fiorire di corsi di aggiornamento e corsi di sostegno nelle nostre scuole, l’istituzione di dipartimenti e corsi di laurea (dopo Trieste, ora è la volta di Venezia), producono tante attività e opportunità di lavoro, ma raramente migliorano in misura significativa i risultati scolastici dei minori figli di immigrati. Che, anzi, ora che sono cresciuti di numero più spesso ancora di prima sono visti come un problema, dimenticati o parcheggiati ai margini delle classi, o si vedono rifiutata l’iscrizione (alla scuola dell’obbligo!) con cavilli di vario genere.

Non può essere interesse di nessuno che nelle nostre città crescano giovani senza prospettive di inserimento sociale, con amor proprio ferito, scarsa fiducia in se stessi, consapevoli della situazione di poco rispetto nei confronti dei propri genitori, del loro lavoro, della loro provenienza. Eppure quanto viene approntato dalle amministrazioni e dalle scuole, ai vari livelli, è ancora spropositatamente poco rispetto all’importanza (e alla possibile drammaticità) del problema: e ci tocca anche sorbirci tanta retorica da parte di chi fa poco, e non sempre nella giusta direzione…

Naturalmente non ci sono modelli, né ricette facili da seguire. Ma ci sono esperienze positive, principi inderogabili e da tradurre in strutture operative. Un’esperienza positiva e una interessante struttura di principi vengono ora illustrate in questo notevole libro pubblicato dalla Erickson, a cura di Phil Green, “Alunni immigrati nelle scuole europee. Dall’accoglienza al successo scolastico”, (Erickson, Trento, 2000, pp. 242, £ 38.000) che consigliamo vivamente a quanti, nelle istituzioni (scuole, enti locali…) vogliano affrontare davvero il tema.

Il volume nasce dall’esperienza della DIECEC (Developing Intercultural Education trough Co-operation between European Cities), un network di città europee che lavorano insieme dal 1994, con l’obiettivo primario di migliorare il rendimento degli alunni figli di immigrati, ma naturalmente con ricadute positive su gruppi più estesi di alunni svantaggiati. Il lavoro in rete ha permesso di confrontare progetti e addirittura in alcuni casi di esportare esperienze che nei loro contesti sembravano magari ovvie, ma che altrove non erano conosciute.

La scelta del DIECEC è stata, fin dall’inizio, quella di tentare un approccio integrato al tema, coinvolgendo scuola e fuori-scuola, studio e tempo libero, genitori e insegnanti, servizi pubblici e volontariato, quartieri cittadini e comunità di immigrati. Un ruolo-chiave viene attribuito a quanto si fa a scuola, ma risulta presto evidente che risultati più sicuri e soddisfacenti si ottengono grazie all’intervento attivo di altre agenzie. Lavorare a progetti consapevolmente concertati tra famiglia, comunità e scuola, verificarne gli esiti, discuterne le ragioni, ha portato il più delle volte a rovesciare i circoli viziosi (mancanza di autostima, rassegnazione ai cattivi risultati, sospetti reciproci) in circoli virtuosi.

Soprattutto il ruolo positivo riconosciuto ai genitori, la valorizzazione dell’apporto educativo delle loro capacità, esperienza e conoscenze  ha contribuito all’efficienza delle varie agenzie educative. In altre parole, l’intervento non è stato attuato sugli immigrati e i loro figli, ma insieme a loro. Ciò presuppone notevoli capacità di praticare la partnership, di interrogarsi sul proprio ruolo e sulla necessità di concertazione con altri ruoli e altre agenzie, di mettersi in gioco, sia come singoli soggetti, sia come enti e istituzioni. Tali capacità non sempre sono date, ma vanno, almeno parzialmente, costruite nel corso dei progetti.

Questo, che è un motivo di qualificazione del progetto, ne è anche un punto debole, lo rende difficilmente esportabile. Voglio dire che senza una équipe qualificata sia l’intervento in loco sia il lavoro in rete verrebbero gravemente penalizzati, e la qualità si ottiene solo muovendo da competenze di partenza buone (amministrative, pedagogiche, relazionali, etc.) e affinandole in un percorso sicuramente gratificante, ma anche impegnativo.

E’ infatti necessaria una capacità di ascolto e di incentivazione della “base” diffusa, oggi un po’ in disuso in molte amministrazioni, anche “democratiche”; e insieme poter contare su una “leadership forte, valida e professionale non in senso autocratico (…) una leadership che sia in grado di offrire capacità gestionali di alto livello nella risoluzione di problematiche complesse che implicano cambiamenti di mentalità ed elaborazione di strategie e pratiche mirate” (p.40).

Il libro ha una forte valenza operativa, e dimette presto le vesti del resoconto, per assumere l’aspetto di un manuale, stimolante e problematico, capace di sottoporre a un fuoco di fila di domande pertinenti, finalizzate alla costruzione di progetti e alla conduzione di verifiche rigorose. Non che i percorsi siano rigidamente prescritti; c’è una consapevolezza della priorità dei principi sulle ricette: “diamo per scontato che non tutti saranno d’accordo sui punti e sui metodi qui indicati. Essi sono da intendersi come un modo di identificare le priorità, pianificare e monitorare interventi efficaci. Ciò che importa è disporre di processi che prendano in considerazione gli elementi essenziali e che, soprattutto, coinvolgano e responsabilizzino le comunità” (p.44).

Molte altre pagine sono dedicate all’illustrazione dei progetti e delle esperienze, sotto forma di “studi di caso”: e si tratta di tragitti che insegnano molto, a farsi domande, a porsi scadenze precise, a non ripiegare sul “trattabile”:”a volte”, si legge a p.46, “le decisioni vengono prese in base ai problemi che sembrano più facili da risolvere, a interessi passeggeri o sotto l’influsso di determinate pressioni”. E’ invece necessario dar vita “a processi molto più coerenti”. Ma la coerenza e l’efficacia dei progetti rimandano alla necessità di un’azione integrata, con il protagonismo paritetico di diversi soggetti e il ruolo trainante di figure che a volte ci si augura che… esistano davvero, come quando si scrive di una preside di Bologna: “…la scuola è guidata da un capo d’istituto che ha progetti ben chiari, offre una leadership trasparente e imparziale e ha una buona conoscenza di una vasta gamma  di questioni didattiche” (p.110).Beati loro…

Battute a parte, uno dei nodi più delicati, in molti interventi a nostra conoscenza, riguarda la valutazione dell’efficacia dell’intervento didattico, nonché i criteri per la verifica dei risultati raggiunti. Il sistema di valutazione, suggeriscono gli esperti del DIECEC, deve essere “aperto ma rigoroso”, affinché si giunga a “un potenziamento della professionalità e dell’efficacia della scuola”(p.51).E’ intuitivo che c’è un rapporto tra le capacità di innovazione nei metodi pedagogici e didattici, la condivisione di esperienze, l’autovalutazione e una efficace verifica dei risultati. Troppi sostegni all’inserimento degli allievi di origine straniera hanno proprio qui un punto debole, una cicatrice che rivela debolezze di impostazione profonde, ma anche difficoltà di lunga durata nel rapporto tra scuola, città, istituzioni.

Il volume si configura, in definitiva, come un vero e proprio manuale non di lettura ma di attenta consultazione, capace di fornire “una guida pratica per chi crea politiche e per chi le applica” (p.24).Gli autori dichiarano di augurarsi che alla fine il lettore si chieda: “Come posso fare, in virtù del ruolo che ricopro, contribuire a garantire valide soluzioni multidimensionali e integrate a problematiche che si ripercuotono negativamente sul rendimento scolastico dei bambini e dei ragazzi appartenenti a gruppi etnici minoritari?”. Con qualche perplessità per quest’ultima espressione (derivata dall’inglese senza la dovuta riflessione sulle differenze storico-sociali della nostra immigrazione), ce lo auguriamo anche noi, invitando i lettori di questa rubrica a procurarsi il libro e a lavorarci su.-

 

Passaggio di classe per bambini stranieri
da: Francesca Panzica - Insegnante
ricevuto il: 12 marzo 2001
 

Nel mio circolo è stato iscritto un bambino di origine russa che, tramite un percorso individualizzato, è riuscito in breve tempo ad apprendere la lingua italiana utile non solo per partecipare attivamente alle lezioni, ma anche per poter apprendere le singole materie di studio.

Attualmente il bambino è iscritto alla seconda, ma, essendo più grande dei compagni ed avendo maggiori possibilità rispetto alla classe d'iscrizione, quest'anno ha seguito le lezioni della terza classe.
Visti i notevoli progressi del bambino, d'accordo con la famiglia abbiamo pensato di fargli sostenere l'esame per il passaggio alla classe quarta, ma pare che la legge permetta questi passaggi solo agli alunni non frequentanti e con scuola familiare, per cui il bambino dovrebbe essere ritirato da scuola per essere iscritto all'esame.
Vi risulta che ciò sia vero?

 

Capitani coraggiosi
da: Cadei Maura - Brescia
ricevuto il: 11 febbraio 2001

 

Sono una mediatrice interculturale coinvolta in un progetto trimestrale per l'insegnamento dell'italiano ad una classe di adolescenti per lo più arabofoni. La programmazione prevede ore di rafforzamento linguistico e culturale in L1 e lezioni di scrittura creativa. Ritengo che il rischio di ghettizzazione sia forte, più dolorose le conseguenze che mettono a repentaglio anni di progressi sull'educazione alla pace. In classe non devo fare altro che sedare conflitti che vanno accentuandosi. Per non rendere né nicchia né ghetto la classe, si è deciso che la porta dell'aula resti sempre aperta e che possano seguire le lezioni anche italiani interessati. Per permettere ad alunni ed insegnanti di viaggiare con capitani coraggiosi, si è tappezzata l'intera scuola di manifesti e cartelloni. Vorrei ringraziare tutti i miei alunni per la maturità dimostrata. Posso dire che la più grande soddisfazione, oltre agli ovvi progressi linguistici, sia stata la presa di coscienza di appartenere a un sentire comune, conseguita, mi chiedo,chissà a che prezzo... chissà se al loro rientro "totale" in classe saranno in grado di far diventare capitani anche dei semplici mozzi; come sarà per loro ritornare alla normalità, sedie, banchi, note e voti...? Mi auguro che la struttura scuola possa fare da transatlantico e non rimanga un sottomarino e che possa avere come meta non tanto destinazioni dal sapore esotico quanto emozioni, ricordi rionali all'insegna dei vissuti di ogni singolarità meravigliosamente diversa....


I limiti delle norme
da: Sbordoni Mauro - Equipe Socrates MeToo 
ricevuto il: 5 febbraio 2001

Rispondo alla domanda: esiste un numero di alunni stranieri per classe che non deve essere superato ? Il fatidico 5. La risposta è : si e no. Si nel senso che il Testo Unico in materia di istruzione del '94 al Capo II "disposizioni sulla scolarità dei cittadini stranieri" all'art.115 Formazione scolastica dei figli di cittadini comunitari residenti in Italia comma 4 detta "L'assegnazione alle classi degli alunni iscritti ai sensi del presente articolo è effettuata , ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe"
Intanto si apre già un problema interpretativo perché si può benissimo intendere che non è che non si deve superare il numero di cinque alunni stranieri per classe, ma il numero di cinque stranieri appartenenti allo stesso gruppo linguistico. Quindi con una interpretazione formalistica si potrebbe dire : faccio una classe con cinque bambini appartenenti a un gruppo linguistico, tre a un altro e così via. Lo stesso art. 115 al comma 5 detta "...la programmazione educativa deve comprendere apposite attività di sostegno o di integrazione, in favore degli alunni medesimi al fine di: a)adattare l'insegnamento della lingua italiana e delle altre materie di studio alle loro specifiche esigenze; b) promuovere l'insegnamento della lingua e della cultura del Paese d'origine coordinandolo con l'insegnamento delle materie obbligatorie comprese nel piano di studi."
L'art.116 , specificamente rivolto agli alunni extracomunitari, nulla aggiunge al riguardo ribadendo però "Per gli alunni extracomunitari sono attuati (n.b: sono attuati!) analogamente a quanto disposto per i figli dei lavoratori comunitari e per i figli degli emigrati italiani che tornano in Italia, specifici insegnamenti integrativi nella lingua e cultura d'origine."
E' evidente che questa normativa è largamente inapplicata e per alcuni aspetti inapplicabile. Inapplicata perché purtroppo questi interventi didattici rivolti alla salvaguardia e alla cultura d'origine vengono attuati solo sporadicamente e volontaristicamente in alcune limitate realtà scolastiche , grazie soprattutto alla collaborazione prestata dagli enti locali. Non costituiscono cioè affatto una normale attività a regime della scuola come implicherebbe la norma. Inapplicabile perché non tiene conto di zone quali certi quartieri di Torino, Firenze, Prato, etc. dove la presenza di comunità straniere omogenee è così ampia che ridurre il numero di alunni di una stessa nazionalità a cinque per classe, significherebbe volere applicare nella scuola una proporzionalità etnica diversa da quella esistente nel territorio, "deportare" gli alunni in scuole degli altri quartieri, togliere a loro il diritto fondamentale di ogni bambino di andare nella stessa scuola dove vanno gli altri bambini del quartiere. Significherebbe quindi discriminare a priori e creare le premesse nell'immediato dell'insuccesso scolastico del bambino immigrato.

E’ chiaro infatti che nessuna circolare o disposizione scolastica può andare contro leggi più generali che sanciscono diritti più ampi dei cittadini, e che dettano - vedi la Costituzione - finalità ben diverse alla scuola. Occorre quindi piuttosto che difendere la regola dei 5 per classe (del resto già largamente inapplicata nelle scuole di tanti quartieri di Firenze, Campi, Prato e dintorni) battersi perché scuola e territorio creino le condizioni per una scuola che preveda laboratori e momenti specifici per gli stranieri: (come da legge ) , per gli italiani in quanto tali, per i bambini tutti insieme (è il momento del lavoro uguale per tutti e/o dell'intercultura). Quindi le disposizioni soprattutto in un ambiente come la scuola vanno reinterpretate e ricontestualizzate a fronte delle nuove dimensioni che giorno per giorno va assumendo nel nostro paese l'immigrazione.
Devo dire poi che questa norma dei cinque per classe era nata originariamente come un semplice invito a "distribuire equamente i ragazzi per ogni classe" : non si trattava cioè di una norma imperativa ma di un'indicazione per evitare la formazione delle classi ghetto. In questo senso è giusto che in giorni scuola si cerchi di distribuire i ragazzi stranieri adeguatamente in ogni classe (...ma non si tratta di un fatto meramente numerico).
... Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire sull'argomento.

Normativa
da: Lucia Maddii - Equipe Socrates MeToo 
ricevuto il: 19 gennaio 2001
 
Per evitare queste situazioni aberranti consiglio di elaborare una specie di protocollo di accoglienza, debitamente approvato dal Collegio dei docenti (vedi l'articolo di Elio Bettinello "L'organizzazione della scuola" in  ALIAS a cura di Paolo Balboni, Theorema libri, 2000). In questo protocollo dovrebbero essere specificati:
  • i documenti e le informazioni da richiedere al momento dell'iscrizione;
  • gli avvisi, i moduli, le informazioni sulla scuola tradotti in più lingue da consegnare ai genitori al momento dell'iscrizione;
  • le modalità per raccogliere le prime informazioni sul nuovo alunno. Le notizie sulla scolarizzazione del ragazzo nel paese di origine, sulla conoscenza della lingua materna (ed eventualmente dell'italiano) possono essere raccolte durante un incontro con i genitori e un colloquio con l'alunno con l'assistenza di un mediatore culturale oppure  attraverso un questionario bilingue e una serie di prove che verifichino il livello delle conoscenze del ragazzo senza utilizzare l'italiano (vd. ad esempio Parole non dette)
  • i criteri per l'assegnazione alle classi. A questo proposito occorre citare l'art. 45 del DPR n. 394 - 31/8/99  "I minori stranieri soggetti all'obbligo scolastico vengono iscritti alla classe corrispondente all'età anagrafica, salvo che il collegio docenti deliberi l'iscrizione a una classe diversa, tenendo conto: a) dell'ordinamento degli studi del Paese di provenienza dell'alunno, che può determinare l'iscrizione ad una classe immediatamente inferiore o superiore rispetto a quella corrispondente all'età anagrafica; b) dell'accertamento delle competenze, abilità e livelli di preparazione dell'alunno; c) del corso di studi eventualmente seguito dall'alunno nel Paese di provenienza; d) del titolo di studio eventualmente posseduto dall'alunno". Come possiamo vedere i margini sono ancora molto ampi.....sta allora al collegio dei docenti fissare accuratamente i criteri: l'iscrizione a classi inferiori di due o tre anni rispetto all'età anagrafica non favorisce affatto l'apprendimento dell'italiano, ma di questo ne abbiamo già parlato e non vorrei dilungarmi ulteriormente sugli effetti negativi che questi inserimenti sbagliati provocano a breve e a lungo termine. 
  • gli interventi da mettere in atto per accogliere il nuovo alunno e per favorire l' apprendimento dell'italiano: si può pensare a creare delle figure di tutor (soprattutto se i ragazzi sono un po' più grandi); si può pensare a forme di inserimento "soft",per esempio, a una  settimana dedicata alla conoscenza reciproca prima di inserire i ragazzi definitivamente in classe: in questa settimana i nuovi alunni potrebbero ricevere le prime informazioni sulla scuola dai compagni che parlano la stessa lingua, potrebbero visitare l'edificio scolastico e gli spazi a disposizione, conoscere le figure che operano al suo interno ( dal direttore agli operatori della mensa),  i compagni e così via...ogni scuola può pensare a come meglio organizzare questi momenti sfruttando gli insegnanti distaccati, le compresenze ecc.
Scuola materna
da: Francesca Panzica - insegnante 
ricevuto il: 14 gennaio 2001
 
Ore 8.30 di un giorno qualunque, arrivano in una sezione di scuola materna due bambini rumeni di 3 e 4 anni.
Naturalmente non comprendono una parola d'italiano e , da quel momento in poi, non fanno che piangere, nonostante tutti i tentativi dell'insegnante  e le cure affettuose che vengono prestate loro
La giornata termina con le lacrime dei piccoli e il senso di impotenza dell'insegnante che reclama "almeno" un dizionario.

Cosa fare in questi casi, così frequenti ormai nella scuola dell'infanzia?

Spesso i nuovi arrivati vengono iscritti nelle classi a seconda della conoscenza o meno della lingua italiana, per cui si assiste ad aberranti situazioni in cui bambini di 8-9 anni vengono inseriti in prime o seconde elementari solo perché si ritiene che così sia per loro più facile apprendere la lingua.Inutile dire che tali inserimenti aggravano non poco i problemi di questi bambini che, per ovvie ragioni, non riescono a socializzare con compagni di età ed interessi troppo diversi.
Sarei interessata a conoscere la normativa in materia e, in mancanza di precisi riferimenti, ad avere consigli su come poter trasformare l'iscrizione da atto burocratico a momento educativo nel rispetto dei diritti dei nuovi arrivati.
Classi aperte
da: Marco Marigo – Cospe – équipe del progetto Socrates-Me-Too
ricevuto il: 27 dicembre 2000
 
Non ci risulta che esista una legge di questo tipo, tant’è vero che moltissime scuole hanno ormai ben più di cinque bambini d’origine straniera in una stessa classe. Esistono vecchie normative, a cui qualche Consiglio d’Istituto fa riferimento per contenere il numero di allievi d’origine straniera nelle proprie scuole, ma sono contraddette dalle leggi quadro più generali.
Più rilevante rispetto alla provenienza è il livello di lingua italiana parlato dagli allievi e la disponibilità della scuola a riorganizzarsi in funzione della risposta a queste nuove esigenze interculturali. Normalmente, quando i bambini sono inseriti direttamente dalla prima elementare è più facile ottenere risultati positivi grazie all’affiatamento fra compagni autoctoni e stranieri d’origine e grazie ad un percorso comune condiviso fin dall’inizio. Esistono ormai molti materiali che permettono alle scuole di lavorare a classi aperte, con formule flessibili (vedi anche la sezione bibliografia di questo sito), che possono aiutare gli insegnanti nel difficile compito di riorganizzare l’attività didattica ad anno avviato. Consigliamo chi ha problemi di inserimenti numerosi in corso d’anno di vedere anche la sezione dei link utili del sito. Dal canto nostro tenteremo nel più breve tempo possibile di attivare una piccola sezione di lingua russa per venire incontro alle prime necessità comunicative dei nuovi arrivati da quel Paese. Un utile CD-ROM per favorire un veloce apprendimento della lingua italiana che ha anche i comandi orali in russo e che è molto facile da utilizzare è quello prodotto dalla Talk-Now, che si può trovare alle librerie Feltrinelli International.  
 
Numero chiuso?
da: Turchi Daniele - insegnante 
ricevuto il: 23 dicembre 2000
 
Sono un'insegnante di scuola elementare, quest'anno insegno matematica in una prima a tempo pieno.  
Dall'inizio dell'anno sono stati inseriti nella mia classe 4 bambini, tutti stranieri, uno proveniente dal Kossovo, uno da Santo Domingo e due fratelli dal Sudan, questi ultimi non parlavano una parola di italiano. Nella classe era già presente un bambino originario del Marocco.
Dal momento che sembra previsto l'inserimento di un altro bambino straniero (russo), non alfabetizzato, vorrei sapere se è vero che esiste una normativa in base alla quale non è possibile inserire più di 5 bambini stranieri in una classe, anche per evitare il ghetto.  

 

Classi aperte
da: Maria Omodeo - Cospe (FI)
ricevuto il: 9 dicembre 2000
 
In Toscana il corpo docente di alcune scuole con elevata presenza di allievi di famiglie immigrate sta valutando l'ipotesi di fare classi composte solo da bambini non autoctoni. Ci sembra una proposta che rischia fortemente di ghettizzare questi allievi, anche se risponde ad esigenze organizzative. Non sarebbe meglio prevedere sempre più attività a classi aperte, come sperimentato con successo in tante realtà?
Accoglienza e programmi di supporto linguistico
da: Ornella Volpicelli - insegnante
ricevuto il: 24 novembre 2000
 

Sono un'insegnante di Materie Letterarie in un ITIs di Roma a trend crescente d'immigrazione: ho una I col 40% di stranieri; desidererei specializzarmi nell'accoglienza e nei programmi di supporto linguistico
in funzione di referente INtercultura-Italiano L2 nell'ambito della Sottocommissione Intercultura del POF di cui faccio parte.

Sarei interessata a qualsiasi informazione che mi consentisse di sviluppare programmi con la mia classe all'interno di un progetto europeo su questi temi

In Toscana il corpo docente di alcune scuole con elevata presenza di allievi di famiglie immigrate sta valutando l'ipotesi di fare classi composte solo da bambini non autoctoni. Ci sembra una proposta che rischia fortemente di ghettizzare questi allievi, anche se risponde ad esigenze organizzative. Non sarebbe meglio prevedere sempre più attività a classi aperte, come sperimentato con successo in tante realtà?

 

 Parlante Lingua Nativa 
da: Maria Omodeo - Cospe (FI)
ricevuto il: 10 settembre 2000
 
"Dov'è casa tua?". Sembra una domanda semplice, banale, a cui chiunque saprebbe rispondere. Il bambino cinese che hai davanti, invece, ti guarda con sguardo malinconico e ti risponde "Non lo so".
"Vedi, è stato addestrato a non dirlo" è la veloce conclusione a cui giunge l'interlocutore italiano. Tenti una difesa d'ufficio "Anche tu se fossi in Cina e dovessi dire l'indirizzo di casa tua in cinese avresti delle difficoltà, è qui da poco, come può sapere ridire il suo indirizzo?".
"No, anche quando sanno benino l'italiano non lo dicono" e pone la stessa domanda ad un altro bambino che vive in Italia già da tempo… e che risponde "E' in Cina". "Sì, lo so, ma in Italia dov'è?". "La mia casa è in Cina" ripete caparbio il secondo bambino.
Mi torna alla mente una bellissima esperienza realizzata vari anni fa alla scuola media "Malaparte" di Prato. I ragazzi di una classe dovevano disegnare il percorso da casa a scuola che facevano tutti i giorni, con il maggior dettaglio possibile. I ragazzi italiani riproducevano le vetrine davanti a cui si fermavano, la sala giochi, il bar, i giardinetti, anche se sul percorso preciso avevano delle incertezze. I ragazzi cinesi disegnavano il reticolato di strade con una precisione degna di "Tuttocittà", ma senza dettagli soggettivi, salvo al massimo qualche semaforo e le zebre per terra. Abbiamo pensato che la differenza derivasse da un tipo di scolarizzazione alle spalle differente, più mirata alla creatività soggettiva in Italia, più concentrata sulle competenze e le abilità tecniche in Cina. Ma il livello di dettaglio nell'avvicinarsi al luogo di residenza si rarefaceva, finché in un angolo del foglio, ormai quasi bianco compariva un fumetto con la freccia e la scritta "Qui abito io".
Era chiaro che il rapporto alla fin dei conti positivo con la scuola stimolava un amore per i dettagli nell'area attorno alla scuola e il disagio per una vita extrascolastica consumata in un capannone industriale cancellava come una gomma dalla mente i contorni di quella che certo non potevano chiamare "casa".
"Casa mia è in Cina", uno dei ragazzi cinesi che aveva velocemente terminato la cartina ce ne ha regalata un'altra, con una casina circondata da un filare di alberi, con un fiume davanti, con una strada, dettagliatissima, fino alla scuola, riconoscibile dalla bandiera rossa sventolante davanti. Non era certo una cartina da "Tuttocittà", somigliava molto a quelle piene di particolari soggettivi fatte dai suoi compagni di classe autoctoni. Evidentemente l'aspetto freddino delle cartine riprodotte dagli allievi cinesi sulla strada pratese derivava proprio da una frequente consultazione delle cartine per non perdersi.
Ma la "casa", quella vera, la home inglese ancora di solito non è qui, dove un bambino può essere residente, ma dove ancora è difficile che si senta a casa sua.
Ancora più esplicito il disegno di un allievo della scuola elementare "Vamba" di S. Donnino (FI), sullo stesso tema: una fila di bambini che scende la scaletta di una aereo per andare a scuola è la vera strada fra "casa e scuola".
Peccato non avere in italiano una parola per esprimere l'idea di home che faccia capire ai nostri allievi che vogliamo solo l'indirizzo di dove dormono e mangiano.  
 
Corsi intensivi
da: Anja Rutgers Van Der Loeff - Amsterdam
ricevuto il: 5 luglio 2000
 

Abbiamo esperienza di corsi intensivi da 10 anni a questa parte. Genitori e bambini sono contenti e i bambini imparano a capire, parlare, leggere e scrivere Olandese in 10 mesi. Ad Amsterdam abbiamo 34 classi di nuovi arrivati per bambini di 6-12 anni. Stanno in classe per un anno scolastico (10 mesi). Per chi fosse interessato possiamo dire di più...

 

Una scuola a porte aperte
da: Diana De Lorenzi - Firenze
ricevuto il: 5 luglio 2000
 

La scolarizzazione deve offrire all’alunno di un’altra etnia pari opportunità di successo scolastico, sociale e di lavoro futuro e a tutti gli alunni gli strumenti più idonei per crescere in una società multiculturale, allora gli interventi da attivare non possono né ridursi al solo aspetto linguistico né tantomeno avvenire lasciando inalterate le strutture organizzative della scuola. In altre parole il problema vero non è l’inserimento dei bambini di altre etnie nella scuola: il reale problema, squisitamente culturale, è invece quello di trasformare la scuola destinata ad accoglierli, di metterla in grado di formare degli alunni in grado di confrontarsi e interagire con persone di cultura diversa e di vivere la diversità come un valore.

Spunti per una  didattica interculturale nella scuola dell’obbligo

 

Classi di accoglienza? No grazie.
Da: Mauro Sbordoni
ricevuto il: 11  giugno 2000
 
Classi di accoglienza? No grazie. Condivido sostanzialmente le osservazioni finora fatte sul forum. Esiste però  il problema dell'inserimento adeguato di alunni immigrati. Delle modalità, delle gradualità, delle opportunità che devono essere offerte a supporto di questi inserimenti. Bisogna tener conto di alcune variabili: da dove vengono i nuovi arrivati? A quale punto dell'anno? In quale scuola e in quale classe vengono inseriti? Trovano nella classe altri bambini della loro nazionalità già inseriti?E questi bambini possono rappresentare un aiuto all'accoglienza  o di contro (come avviene alcune volte fra gli alunni rom) soggetti, all'inizio, potenzialmente ostili? E gli insegnanti di classe che competenze e che esperienze hanno in materia ?
Io penso che l'inserimento nella classe di destinazione debba essere immediato (è già questo un messaggio di accoglienza) però al tempo stesso deve essere graduale nel tempo (come si fa per i"nostri bambini" negli asili nido e nelle scuole materne). Sia come durata del tempo scuola , sia come permanenza nella classe. Occorre quindi che a lato della classe, la scuola si doti di altri ambienti di lavoro/relazione/osservazione e delle relative competenze professionali.
La questione - una volta affermati certi principi - andrebbe affrontata caso per caso. L'immigrato è sempre nuovo, sempre nuovi quindi i problemi che presenta. Perciò la scuola per accoglierli deve essere capace a dare soluzioni nuove a problemi diversi. Come vedete siamo appena all'inizio del discorso.

 

Riorganizzare la didattica
da: Maria Omodeo
ricevuto il: 24 maggio 2000

La riorganizzazione della didattica in classi in cui arrivano bambini che non parlano italiano è un tema complesso, è difficile sintetizzarlo all’interno di un forum. Spero che questa domanda stimoli tanti insegnanti ad inviare le loro esperienze e suggerimenti di strategie applicate con successo. Dal canto mio tenterò di dare una serie di suggerimenti basati sull’esperienza empirica svolta dal Cospe e rinvio ai testi più articolati che si possono trovare nella sezione “interculturalità”: 

1 – creare un ambiente accogliente (può essere già un buon punto di partenza la scritta benvenuto nella lingua del bambino o i cartellini plurilingue con le scritte “bagno”, “segreteria”, ecc. sulle porte: spesso è difficile per un bambino anche orientarsi negli ambienti della nuova scuola)
2 – stabilire una relazione empatica con il nuovo arrivato, fatta di piccole attenzioni, parole pronunciate con calma e tono rassicurante (anche se il bambino non ne capisce il significato, ne capisce il tono amichevole, che è universale), dargli piccole consegne comprensibili tramite esempi. Se il bambino è già scolarizzato nel suo paese, gli si possono dare icone con il comando scritto in italiano e nella sua lingua e gli si può insegnare a riconoscerne il suono pronunciato dall’insegnante. La cosa importante è manifestargli un’attenzione rassicurante.
3 – creare fin da subito momenti di studio intensivo di lingua italiana (al massimo 2 ore al giorno, meglio in due momenti separati, per rispettare i crolli d’attenzione derivanti dalla tensione nello studiare una lingua straniera in un contesto in cui tutto è incomprensibile). L’allievo / gli allievi anche di classi diverse possono essere portati fuori dalla classe in questi momenti per poter esprimere nel piccolo gruppo ciò che possono avere paura di esprimere in una interrogazione di fronte a tutta la classe
4 – inserire immediatamente il bambino in classe, perché diventi subito parte del gruppo, aiutandolo con giochi di socializzazione, attività in gruppi (meglio se di tipo artistico espressivo, di manipolazione…) e dandogli sempre esercizi da fare perché non si abitui ad estraniarsi dalla lezione.
5 – rispettare i suoi tempi, i suoi silenzi e le sue ansie, anche se la sua “fase del silenzio” dovesse durare a lungo, lasciandolo libero di adottare istintivamente la strategia di apprendimento dell’italiano più adatta a lui (c’è chi si “butta” subito a parlare, sia pure in modo scorretto, c’è chi preferisce entrare un po’ per volta nella lingua prima di dire le prime frasi…).
6 – via via aumentare la complessità degli esercizi e delle attività da svolgere, magari facendolo aiutare a turno da un compagno, a cui il bambino straniero possa in cambio insegnare qualcosa che l’allievo autoctono non padroneggia bene (sta all’insegnante rilevare le competenze del bambino straniero che non hanno bisogno di grandi competenze linguistiche: disegno, manualità, abilità nel calcolo…)
7 – rilevare come il bambino vive l’esperienza italiana: il rifiuto o l’entusiasmo nei confronti dell’esperienza migratoria influenzano molto le modalità e i tempi d’apprendimento della lingua italiana e dell’inserimento in classe. Anche in questo caso non si deve spingere il bambino a mantenere quella che secondo noi italiani è la “sua” identità culturale (ad esempio se vuole darsi un nome italiano, lasciargli fare questa scelta)
8 – non cercare di rilevare subito le competenze linguistiche, anche se è proprio questo di solito il primo bisogno avvertito dall’insegnante: spesso le prime parole note sono quelle per barcamenarsi nella burocrazia, con termini quali “permesso di soggiorno” o quelle per aiutare i genitori nei loro rapporti con chi dà loro lavoro, con termini estranei alla vita scolastica ed estremamente specialistici. Conviene iniziare insegnando ai bambini le parole che gli rendano facile la vita scolastica, e via via rilevare i progressi, piuttosto che cercare di scoprire ciò che il bambino sa già al suo arrivo.
9 – possibilmente fornirgli materiali bilingue (se si è rilevato che ha già una certa competenza in lingua madre) perché possa sentirsi più sicuro del riconoscimento culturale e sociale e possa mantenere vivo l’interesse per la sua lingua madre. Meglio sarebbe organizzare corsi bilingue. 

  L'ACCOGLIENZA DEI NUOVI ARRIVATI

 

Insieme
da: Moustapha Chakir
ricevuto il: 14 aprile 2000
 

No, è preferibile mettere i bambini immigrati insieme agli italiani.
1 - L'essere tenuti fuori provoca la formazione di "clan" con identità diversa da quella considerata 'normale'.
2 - Sono futuri cittadini che crescono con codici comportamentali e di vita differenti perché non imparano dalla convivenza con i coetanei italiani.
3 - Non imparano la lingua italiana come si deve.
In conclusione, è una cosa che potrebbe essere fatta fuori dall'orario scolastico per imparare la loro lingua, cultura, religione, ed eventualmente un ulteriore rafforzamento dell'italiano.

 

Insieme
da: Beatrice Falcini
ricevuto il: 14 aprile 2000
 

Assolutamente non è giusto mettere i bambini d'origine straniera in classi separate, perché pedagogicamente ormai da anni è stato riconosciuto come principale valore educativo la socializzazione.
Inoltre, le classi differenziali - o come le vogliono chiamare, d'accoglienza - sembrano ripercorrere le tappe che furono percorse e criticate nelle istituzioni scolastiche per i bambini portatori di handicap, creando un binomio immigrato = handicappato, negativo e pericoloso per entrambi.
Infine, accogliere significa farsi carico delle istanze di ogni singolo bambino e non chiuderlo fuori o identificarlo in una unica identità etnica o culturale sclerotizzata.

 

A proposito di corsi intensivi
da: Lucia Maddii
ricevuto il: 9 aprile 2000
 

Questo è un argomento che mi sta molto a cuore, ma non mi dilungherò perché molto è stato detto da Maria e da Sabrina. Mi ricorda le arrabbiature prese durante certi collegi dei docenti quando il "vento" cominciava a spirare verso le "classi di accoglienza". Parlare di accoglienza era un vero e proprio eufemismo perché lo scopo era quello di separare dal resto della classe i ragazzi stranieri per 4 ore al giorno (tutti i giorni!!!!) per 4, 5 mesi. Seguendo la logica di alcuni docenti (e capo d'istituto!) i ragazzi non sarebbero mai rientrati in classe, finendo per soggiornare definitivamente in questa struttura "ghetto": si attendeva,infatti, che questi poveretti potessero seguire le normali lezioni della classe! I risultati di questa esperienza sono stati disastrosi: coloro che appartenevano alla classe di "accoglienza" formavano i loro legami di amicizia con i connazionali e non avevano nessuno stimolo ad imparare l'italiano. Quando rientravano nella classe, durante il pomeriggio, stavano lì come corpi estranei: loro non si sentivano della classe e nemmeno l'insegnante , forse, li percepiva come tali, perché il grosso del lavoro di alfabetizzazione era svolto la mattina nel corso intensivo.
Ben venga invece la classe di Accoglienza dove il ragazzo nuovo arrivato possa trovare le prime informazioni per orientarsi nella nuova scuola: bastano un paio di settimane, non di più. Per quanto riguarda l'italiano, voglio ancora ripetere che la lingua si impara parlando con i coetanei, quando ci sono interessi e motivazioni forti. Sono sufficienti due ore al giorno di lezione, nei primi mesi, per "risistemare" i dati linguistici che ricevono naturalmente durante il giorno.

 

Classi di transito
da: Sabrina Ardizzoni
ricevuto il: 2 aprile 2000
 

dopo due o tre mesi di corso di italiano un bambino appena arrivato da un paese straniero non sarà comunque in grado seguire una lezione frontale tradizionale in classe in tutto e per tutto come i suoi compagni itaolofoni. In quei tre mesi in cui lo si è escluso dalla vita in classe, anzi, a mio avviso, gli si è tolto lo stimolo alla comunicazione, si è rallentato il processo di conoscenza della scuola italiana nelle sue realtà extralinguistiche, nei suoi orari, nelle dinamiche di classe che si creano tra pari.
E' un dato oramai abbastanza assodato tra linguisti, glottodidatti ed insegnanti di italiano L2, che la maggio parte dell'italiano che i bambini apprendono nel primo periodo di inserimento, è quello che passa attraverso la comunicazione coi pari. Ritengo che sia molto importante spiegare ai bambini in L1 alcune delle caratteristiche principali della scuola italiana, magari anche presentando al nuovo arrivato i compagni di classe, e viceversa, in presenza di un mediatore linguistico-culturale che possa evidenziare le differenze tra il quotidiano di quella scuola e quelle della scuola di provenienza del bambino (i tempi, la merenda, le regole, la mensa, la palestra, i materiali scolastici, ecc.), e poi prevedere un numero di ore settimanali (8-10, a scalare) di rinforzo dell'apprendimento spontaneo del bambino, seguendo i suoi tempi, e le sue necessità comunicative. Nel frattempo il bambino dovrebbe comunque avere la possibilità di frequentare quelle materie in cui la comunicazione verbale pesa meno: educazione fisica, musica, educazione artistica, geografia, scienze (se si segue una didattica molto supportata da materiali visivi), educazione tecnica, matematica.

 

Corsi intensivi
da: Maria Omodeo
ricevuto il: 15 marzo 2000
 

Il tentativo è stato sperimentato in varie realtà, ma anche quando i risultati linguistici possono essere soddisfacenti, il fatto di non condividere la vita scolastica con i compagni autoctoni o di altre provenienze spinge i bambini di nuovo arrivo a sentirsi esclusi e ad isolarsi ulteriormente. Inoltre, com'è noto, la voglia di comunicare (soprattutto con i coetanei)spinge ad imparare più in fretta, perciò la risposta è: inserire subito in classe i bambini, predisponendo per loro percorsi linguistici ad hoc intensivi, ad esempio una o due ore, almeno due volte la settimana.
Quando parliamo di corsi linguistici intensivi, ricordiamo che la concentrazione di un bambino quando parla e ascolta una lingua straniera non può essere mantenuta alta per ore di fila.

GHETTI DI VETRO

L'ACCOGLIENZA DEI NUOVI ARRIVATI