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| IL RAPPORTO DELLA SCUOLA CON LE FAMIGLIE D'ORIGINE STRANIERA E LA MEDIAZIONE LINGUISTICO CULTURALE | ||
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| DATA | TITOLO | AUTORE |
| 29/4/2002 | Lucia Maddii | |
| 3/4/2002 | ENKELEJDA LAGJI - Mediatore Culturale albanese | |
| 18/4/2002 | Maria Omodeo- Cospe | |
| 10/4/2002 | Daria | |
| 2/3/2001 | Lucia Maddii | |
| 1/3/ 2001 | Enkelejda Lagji - Durazzo. Albania | |
| 17/6/2000 | Marco Marigo - Cosp | |
| 16/5/2000 | Ubel Van Dijk – ABC – Amsterdam | |
| 27/4/2000 | Evert-jan Hoogerwerf – Cospe | |
| 17/4/2000 | Ger Shep – Resp. Ufficio Innovazione dell’Istituto Amsterdam Techniek | |
| 14/4/2000 | Beatrice Falcini | |
| 14/4/2000 | Moustapha Chakir | |
| 9/3/ 2000 | Evert-jan Hoogerwerf - Cospe | |
| 1/3/ 2000 | Maria Ranieri | |
| 23/2/2000 |
Non si dovrebbero mai, in nessun caso, utilizzare come interpreti i bambini |
Maria Omodeo - Cospe |
| Mediatore culturale |
| da: Lucia Maddii - Equipe Me Too |
| ricevuto il: 29 aprile 2002 |
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Il progetto di ricerca sulle famiglie si
sta attivando ora perché ha avuto tutta una serie di rallentamenti
organizzativi. Non sono io che me ne occuperò direttamente, ma la
dott.ssa Clara Silva; comunque sono al corrente dell'iniziativa perché
sono la coordinatrice del progetto generale che prevede varie azioni:
dalla conoscenza delle famiglie, alla formazione degli insegnanti al
sostegno linguistico dei bambini nuovi arrivati ecc ecc)
Si sta costituendo un piccolo gruppo di
donne immigrate di varie nazionalità (Albania, Siria, Tunisia...)
ed è stato messo a punto un questionario conoscitivo per le famiglie
che è stato tradotto in arabo e albanese (perché queste sono le
nazionalità maggiormente presenti nella zona - il Valdarno
fiorentino n.d.r.); il questionario sarà distribuito attraverso le
scuole alle famiglie. In base alle risposte (e anche alle "non
risposte!") fornite dalle famiglie, e in base alle riflessioni
scaturite dal gruppo di donne, verranno individuati i punti principali ,
i "focus", intorno ai quali organizzare una serie di
colloqui-interviste con alcune famiglie che verranno svolti dalle stesse
donne. Una volta elaborati i dati e le informazioni verrà presentato un
rapporto di ricerca che costituirà un documento utile per
individuare le aree di intervento in base ai bisogni, alle difficoltà,
alle aspettative delle famiglie emerse nel corso della ricerca. Potremo
pensare quindi ad attività per favorire la conoscenza dei servizi
scolastici (se i genitori hanno espresso difficoltà in questo senso)
oppure potremo pensare ad attività per favorire la comunicazione
scuola-famiglia ....
per ora è tutto qui, ma se sei
interessata puoi contattarmi periodicamente
e saprò illustrarti meglio gli sviluppi di questa
iniziativa...
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| Mediatore culturale |
| da: ENKELEJDA LAGJI - Mediatore Culturale albanese |
| ricevuto il: 3 aprile 2002 |
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Mi chiamo ENKELEJDA LAGJI, sono una
Mediatore Culturale albanese. |
| Mediazione linguistica culturale |
| da: Maria Omodeo - Equipe Socrates-Me-Too |
| ricevuto il: 18 aprile 2002 |
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E' molto complesso capire oggi quali
ruoli vadano sotto il nome di mediazione culturale, o di mediazione
linguistica culturale. E' un dibattito aperto e lo stesso Ministero
della Pubblica Istruzione sta discutendo in questo periodo le
caratteristiche che dovrà avere la qualifica. Un corso di laurea
breve in mediazione viene fatto dall'Università per Stranieri di Siena.
In giro per l'Italia esistono vari corsi, molto disomogenei per durata e
contenuti, che sarebbe qui difficile riepilogare.
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| Mediatore culturale: come? |
| da: Daria |
| ricevuto il: 10 aprile 2002 |
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Vorrei diventare mediatrice culturale, ma non riesco a capire quale strada intraprendere. Esistono dei corsi, delle lauree brevi?
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| Mediatore culturale: valorizzare le risorse |
| da: Lucia Maddii - Equipe Me Too |
| ricevuto il: 2 marzo 2001 |
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Sono perfettamente d'accordo! E' bene
cominciare a valorizzare le risorse |
| Mediatore culturale |
| da: Enkelejda Lagji - Durazzo. Albania |
| ricevuto il: 1 marzo 2001 |
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| Gemellaggi per coinvolgere le famiglie |
| da: Marco Marigo - Cospe, Coordinatore Laboratori Bilingue |
| ricevuto il: 17 giugno 2000 |
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| Allievi marocchini |
| da: Ubel Van Dijk – ABC – Amsterdam |
| ricevuto il: 16 maggio 2000 |
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| Scuola - famiglia |
| da: Evert-jan Hoogerwerf – Coord. attività transnazionali Progetto Socrates Me too |
| ricevuto il: 27 aprile 2000 |
| Stiamo lavorando in una scuola di Angola D’Emilia, a 10 Km da Bologna. La scuola ha allievi di varia origine etnica. Il gruppo più numeroso è di marocchini. Assieme alla Direzione scolastica siamo riusciti a stabilire un qualche contatto con i genitori marocchini, coinvolgendo un mediatore culturale. L’organizzazione di un cous-cous party è sembrata una delle possibilità, ma è chiaro a tutti che questo dev’essere solo l’inizio di un contatto più proficuo. Vorremmo che i genitori fossero più coinvolti nel complesso dell’andamento scolastico dei loro figli, facendo da ponte fra la cultura familiare e la cultura scolastica. Spesso la risposta è: “La scuola può fare ciò che considera il meglio, a casa decido io il meglio per mio figlio”. Qualcuno ha dei suggerimenti?
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| Studenti interpreti... |
| da: Ger Shep – Responsabile ufficio innovazione dell’Istituto Amsterdam Techniek |
| ricevuto il: 17 aprile 2000 |
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Bisogna fare attenzione al ruolo che si dà agli studenti chiedendo loro di fare da interpreti. Non traccerò una linea fra comunicazioni più o meno ufficiali fra scuole e genitori e l’assistenza informale in una classe. Si tratta di semplici esempi. La distinzione deve essere basata sulle possibili tentazioni di cattivo utilizzo del potere. Dobbiamo essere consapevoli delle situazioni che creiamo per i nostri studenti. Possiamo aspettarci che ci aiutino, ma dobbiamo anche sapere quanto ciò influenzi la struttura sociale.
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| Figli come interpreti... |
| da: Beatrice Falcini |
| ricevuto il: 14 aprile 2000 |
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In molti casi è inevitabile che i genitori utilizzino i figli come
interpreti, perché i servizi sono solo per gli autoctoni e quasi sempre
non prevedono figure come interpreti o mediatori. Non bisogna perciò
giudicare negativamente i genitori, ma puntare la nostra attenzione e le
nostre energie, a partire dalla scuola, perché tali servizi vengano
attivati.
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| L'interpretariato non è solo sapere la lingua... |
| da: Moustapha Chakir |
| ricevuto il: 14 aprile 2000 |
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No, perché l'interpretariato non è soltanto sapere la lingua, ma
anche prevede delle competenze che un bambino non può avere.
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| Coinvolgere i genitori |
| da: Evert-jan Hoogerwerf – Coord. attività transnazionali Progetto Socrates Me too |
| ricevuto il: 9 marzo 2000 |
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Penso che si debba distinguere l’utilizzo di un allievo d’origine minoritaria nell’interazione alla pari durante le attività in classe e la comunicazione ufficiale fra la scuola e le famiglie immigrate. Non vedo niente di male nel coinvolgere gli allievi nel tradurre e spiegare compiti scolastici ai compagni di classe in qualsiasi lingua vogliano, finché il clima complessivo è ricettivo all’educazione plurilingue ed interculturale e finché non viene considerata come la “soluzione definitiva”. Dannosissimo invece l’utilizzo di studenti per le comunicazioni formali fra la scuola e i genitori. La scuola deve essere pronta a comunicare anche in altre lingue, specialmente nei confronti di quelle comunità con molti nuovi arrivi. Perché non coinvolgere genitori in obiettivi di mediazione culturale e interpretariato? |
| L'interprete mediatore |
| da: Maria Ranieri |
| ricevuto il: 1 marzo 2000 |
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Il bambino interprete diventa in questo caso un mediatore culturale e preserva questa funzione a condizione che la sua cultura d'origine venga al tempo stesso valorizzata. Questa condizione e' irrinunciabile, se si vuole che la sua funzione di interprete rispetto ai propri genitori non comporti una perdita di stima nei confronti degli adulti della sua comunità di appartenenza.
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| Non si dovrebbero mai, in nessun caso, utilizzare come interpreti i bambini |
| da: Maria Omodeo |
| ricevuto il: 23 febbraio 2000 |
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Al termine dei miei studi di lingua cinese, ho cominciato a lavorare come interprete nell‘ottica di migliorare il mio livello di lingua. E’ un lavoro interessante, ma a volte mi sono trovata anche in situazioni psicologicamente difficili da sopportare, per il grado di responsabilità che implicavano. Quando faccio l’interprete "in campo sociale" cittadini cinesi che vivono qui, l’effetto empatico di lavorare per persone che affrontano quotidianamente difficoltà legate al loro essere "stranieri" con diritti limitati e spesso violati, mi traumatizzo ogni volta, è qualcosa a cui non ci si può abituare. Circa dieci anni fa, proprio all’inizio del mio lavoro nelle scuole per i laboratori bilingue con i bambini cinesi, per la prima volta mi è capitata un‘esperienza che poi mi è divenuta familiare: lo zio di uno degli allievi è venuto a scuola e ci ha chiesto se il bambino poteva uscire di classe per una mezz‘oretta per andare all‘ospedale di fronte. Pensando che si trattasse di una vaccinazione da fare, lo lasciamo uscire… dopo un po‘ il bambino ritorna tutto trafelato: „maestra, che cosa vuol dire in cinese ‘il bambino si presenta in posizione podalica, ci vuole un cesareo?" Senza ancora ben capire di cosa si tratta, cerco di tradurre la frase in un cinese comprensibile ad un bambino di otto anni. Nipote e zio ripartono di corsa e – poco dopo – il bambino torna, si siede e riprende la lezione come nulla fosse: „E‘ fatta, la zia ha firmato ed ha avuto un bel bebé". Ho ammirato la sua etica professionale, ma al tempo stesso ho messo a fuoco che qualcosa di molto grave non andava: ogni giorno in quell‘ospedale sapevo che nascevano dei bambini di famiglie cinesi. Al di là dei problemi dei cesarei, anche una maternità tranquilla mi sembrava meritare informazioni nella lingua della neomamma. Darsi da fare per le pari opportunità di accesso alla scuola dei bambini figli di immigrati deve corrispondere ad un impegno perché tutti i servizi siano accessibili a tutti coloro che vivono in Italia ma non padroneggiano la lingua italiana. Tanti insegnanti e operatori dei servizi contestano che è una forma di chiusura non imparare la lingua del Paese in cui si vive, ma non si devono dimenticare una serie di difficoltà: non tutti nascono con una facilità d‘apprendimento delle lingue, ci sono poi problemi psicologici (di autostima, di fiducia) che rallentano lo studio di una lingua, chi non ha mai studiato una lingua straniera e si trova a quarant‘anni per la prima volta ad affrontarne lo studio si trova privo di strumenti, senza parlare del poco tempo libero che vi può dedicare un lavoratore con una famiglia da mantenere, della disabitudine alla concentrazione da parte di chi ha interrotto vent‘anni prima gli studi… Ma ipotizziamo anche che una persona riesca a padroneggiare quel tanto di italiano necessario per servire in un ristorante, per fare la spesa, per orientarsi sugli autobus…, il livello di lingua per capire la frase detta dal dottore al nipotino della signora che doveva autorizzare il cesareo era comunque molto complesso, e poi quando si tratta della salute, dei propri figli, si vorrebbe capire bene, essere sicuri di non fraintendere, esprimersi e sentirsi rassicurati nella propria lingua madre. Chi legge queste righe forse si indignerà con lo zio del bambino, piuttosto che con il servizio ospedaliero che non metteva a disposizione un interprete ; infatti, mi è capitato spesso di sentire insegnanti dire indignati „E‘ chiaro che questo ragazzo non vuole imparare l‘italiano, sennò poi finisce a fare l‘interprete per la sua famiglia!" Ho già trattato altrove delle scarse motivazioni di tanti ragazzi al fare da interpreti, ma mi piacerebbe sapere quanti insegnanti non hanno davvero mai usato i loro allievi da interpreti, ad esempio alla consegna delle schede di valutazione. Sono tante le scuole in tutta Italia in cui ho sentito che è diffuso l‘utilizzo di un allievo „bravo" quando si parla con i genitori degli allievi suoi connazionali. E‘ una situazione di estremo imbarazzo, pensiamo di prendere un bambino autoctono e di dirgli: „dì ai genitori di Francesco X che se fa ancora così tante assenze, saremo costretti a bocciarlo" (anzi useremo l‘eufemismo „fermarlo" che forse il bambino neppure capirà). Il padre risponde „Veramente Francesco esce tutte le mattine alle 7 e 45 per venire a scuola, cosa vuol dire che fa tante assenze?". A parte il fatto che si richiede al bambino – interprete un‘etica professionale esagerata (quella che dovrebbe essere obbligatoria per un interprete: fedeltà della traduzione, riserbo, neutralità), egli diventa in questo caso lo strumento per denunciare l‘amico che fa forca. E quanti sono gli insegnanti che utilizzano come interprete il loro allievo per parlare anche con il suo genitore? Che si tratti di complimenti o di lamentele per compiti non fatti, si mette il bambino in una situazione difficile e si mette il suo genitore in una situazione di subalternità. Quando il bambino vede che il suo genitore dipende da lui anziché essere in grado di proteggerlo e rassicurarlo nei confronti di una società estranea e insicura, spesso ha reazioni di rifiuto di quell’autorevolezza che aveva accordato precedentemente ai genitori, né certo la riconosce alla scuola che critica lui e la sua famiglia ; si entra così in un circolo vizioso da cui è estremamente difficile uscire. E poi anche il linguaggio della scuola è difficile, cito qui l‘inizio di una circolare vera che propongo per una lettura cercando di mettersi nei panni del nostro allievo bravissimo o del suo genitore che ha imparato l‘italiano ai corsi serali: „Con legge 27/05/91 n°165, la vaccinazione antiepatite B è divenuta obbligatoria per tutti i nuovi nati nel primo anno di vita e per tutti i soggetti nel corso del dodicesimo anno di età a partire dai nati del 25/10/79 (…)". Anche i criteri di valutazione del comportamento di un bambino a scuola
potranno venire fraintesi se non c‘è un interprete professionista: la
frase „il bambino socializza, parla con i compagni…" può essere
fonte di preoccupazioni per un genitore cinese, abituato ad una scuola in
cui non si può parlare con i compagni, ma solo rispondere agli
insegnanti. Possiamo aspettarci che se a tradurla è il bambino stesso,
questo dovrà subito dopo difendersi dicendo „sono i maestri che mi
dicono di parlare con i compagni per imparare meglio l‘italiano" e
starà al genitore credergli o no. Per concludere, con quanto si contesta il lavoro minorile, sarebbe bene che almeno le scuole cominciassero a non utilizzare più i bambini come interpreti, sottoponendoli a pressioni psicologiche le cui conseguenze sono difficili da prevedere.
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