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VIAGGIO
IN MAROCCO
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| LA
MIA CASA IN MAROCCO |

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Sono
stato un mese e mezzo in Marocco per le vacanze, perché
la mia famiglia è per metà marocchina.
La
nostra casa è a Rabat, la capitale.
Mio nonno abita al
piano terra di una casetta di tre piani, col terrazzo al
posto del tetto, dove si lavano i panni, si cuoce il pane
in forno, si arrostiscono gli spiedini sul carbone.
La
casa ha una sola piccola finestra per essere più fresca;
al posto delle sedie ci sono divani e il tavolo è basso
basso. Si mangia piccante, non con le forchette, ma con il
pane, si beve tanto thè alla menta.
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Dalla
nostra via non passano le macchine e ci sono tantissimi
bambini a giocare per strada.
La porta è sempre aperta e io
ero sempre fuori a giocare con loro con tutto ciò che si
trovava: sassi, bastoni, latte vuote da suonare come
tamburi, gatti e polli da rincorrere.
Se qualcuno aveva
qualcosa: giocattoli, gelato o caramelle, li divideva sempre
con tutti.
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| Anche
se il mare era vicino, solo io ci andavo tutti i giorni. Un
certo giorno tutti i bambini sono spariti, ma per poco:
erano andati a scuola. All’ora di pranzo formavano un
fiume dalle classi fino alle case. |
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Durante
questa vacanza, ho vissuto un’esperienza particolare. Sono
andato con la mamma e la zia a Khenifra, nella cui Provincia
il COSPE ha un progetto di “sviluppo umano”. Sarebbe a
dire che si cerca di migliorare le condizioni di vita della
popolazione.
Una
parte del progetto del COSPE prevede che si insegni un
lavoro da poter fare in proprio o in cooperativa. Infatti in
tutto il Marocco un problema molto grave è la
disoccupazione. E anche se si lavora, lo si fa sotto
qualcuno che ti sfrutta e si prende tutto il profitto. Il
COSPE cerca di fare in modo che le persone partecipino
attivamente alla realizzazione dei progetti e che, insieme
ad una certa “indipendenza economica” (guadagno),
arrivino ad avere l’abitudine di far sentire la propria
voce nelle decisioni che riguardano il proprio villaggio, la
propria famiglia, le proprie aspirazioni; venga raggiunta,
insomma, una “democratizzazione della società” a
partire dal “basso” (dal popolo). E soprattutto si cerca
di coinvolgere le donne. Infatti sono quelle che, anche in
famiglia, sono meno ascoltate (se riescono a guadagnare
qualcosa sono anche più tenute in considerazione e hanno più
potere). Insieme al lavoro viene insegnato loro anche a
leggere, scrivere, contare e alcuni principi sanitari.
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- Visitando un paesino
di montagna, siamo stati invitati in una casa a prendere il thè
(sempre alla menta) e a mangiare pane e burro.
- Dovunque vai,
tutti ti invitano a prendere il thè e a mangiare. Il burro è
buonissimo: infatti lo fanno col latte delle loro mucche (ogni
casa ha una stalla).
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- E quelli che portano a pascolare le mucche,
e soprattutto le pecore, sono i bambini. Anche se vanno a
scuola, dopo devono andare a badare le pecore e gli altri
animali.
- Anche i padroni di asini sono bambini e portano carichi
e persone in posti che altrimenti sarebbero inaccessibili.
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In questa zona del
Marocco non si parla l’arabo, ma un dialetto berbero.
Quando
mia zia chiedeva una informazione in arabo, gli adulti capivano,
ma spesso rispondevano in berbero.
I bambini invece vanno a
scuola (almeno nei villaggi più grandi), per cui riescono a
parlare, leggere e scrivere in arabo, che per loro è come una
lingua straniera.
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LA
COOPERATIVA DELLE DONNE
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Al
villaggio c’è una cooperativa di donne che tessono coperte e
cuscini tipici. La cooperativa
permette di non essere sfruttate e di possedere un telaio.
Ma la
difficoltà è vendere i prodotti, anche se sono molto belli: le
donne si possono spostare poco fuori casa e non vanno a vendere al
mercato (che si tiene solo nelle cittadine più grandi).
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In
un altro villaggio a maggior altitudine il COSPE ha fatto
costruire un abbeveratoio per il bestiame e ha in progetto
di migliorare la fontana, da dove tutti prendono l’acqua
per le case e dove lavano i vestiti.
Contrariamente
all’acqua, la luce arriva anche nelle case. In altri posti
più lontani, questo non accade.
Mentre
i grandi discutevano del progetto, tutti i bimbi ci hanno
seguito per vedere la novità e hanno improvvisato uno
spettacolo con una mucca, facendo finta che scappasse e
provando a turno a riacchiapparla.
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IL
RISTORANTE FAI – DA – TE
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Tornati
in città siamo andati a mangiare fuori, dove adottano un sistema
che qua non esiste: si va dal macellaio, si comperano vari tipi di
carne (anche fegato e cuore che vengono usati molto), ci si fanno
fare a pezzettini e condire; dopo di che si portano fuori, dove c’è
un barbecue e dei tavolini, ci si siede e si aspetta che ci
arrostiscano la nostra carne: se poi si vuol mangiare altri piatti,
si possono andare a prendere altre pietanze da altri negozi: non si
arrabbiano. Così ci siamo mangiati anche la minestra.
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IL
SENSO DEL TEMPO
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Quando
i marocchini ci hanno portato in giro, anche se avevamo appuntamento
alle sette, siamo partiti alle dieci. Dovevamo tornare dopo pranzo e
siamo tornati la sera. Il senso del tempo nel mondo è relativo.
In
Marocco per esempio, gli orari sono molto flessibili: si mangia
all’ora giusta, all’ora che si ha fame, all’ora che vengono
ospiti; si dorme quando si ha sonno, quando non si ha niente da
fare, o mai, se c’è una festa.
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| I
BAMBINI PASTORI A SCUOLA |
| Accompagnavamo un
maestro che lavorava ad un progetto contro il lavoro minorile,
per mandare a scuola i bambini pastori. E’ stato un bel giro
tra le montagne: siamo partiti in fuoristrada fra le colline di
terra rossa. La polvere rossa entrava dappertutto, anche con i
finestrini chiusi. Siamo arrivati fino ai boschi e nel punto più
alto, fino alla foresta di cedri, dove un branco di scimmie è
scappato davanti alle ruote della jeep. Percorrendo una
mulattiera, cioé un sentiero che si fa solo a dorso d’asino,
ci siamo fermati in un paesino dove c’era una scuola.
Era
una semplice stanza e i bambini la pulivano da soli e
andavano a prendere i secchi d’acqua alla fontana.
Non
è solo nei villaggi berberi del Marocco che gli alunni
puliscono la loro scuola: questo viene fatto in molti paesi
del mondo ed anche in diverse nazioni europee, con
l’intento di educare i ragazzi ad avere cura del luogo
dove stanno per gran parte del loto tempo e di pulire ciò
che sporcano.
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Essendo
in alta montagna, l’aria era molto fresca anche se il sole
picchiava e all’ombra faceva veramente freddo. Tutti i
bimbi avevano abiti di lana e le guance rosse per il sole e
il vento. In tutto il Marocco si usa la lana anche
d’estate. Deve essere retaggio di quando erano pastori
nomadi: la lana, oltre ad essere il primo tessuto
disponibile per la grande presenza di pecore, preserva dal
freddo, ma anche dal troppo calco.
Nella
scuola c’è stato l’appello di tutti i bimbi iscritti al
primo anno ed il regalo a ciascuno: uno zainetto con dentro
tutto il necessario. I nuovi alunni potevano essere
piccolissimi, ma c’erano anche dei ragazzi belli alti. Il
maestro aveva seguito questi ed altri bambini durante
l’estate, per prepararli all’anno scolastico.
Abbiamo
continuato ad arrampicarci in montagna con la jeep alla
ricerca dei bimbi del primo anno. Il maestro ci ha portato
casa per casa nei posti più lontani.
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Qualcuna
era veramente isolata e per raggiungerla avremmo dovuto fare diversi
chilometri a piedi.
Una
cosa che mi è piaciuta è stato che, anche nei villaggi di
pochissime case (cinque o sei), sia stata costruita la scuola. Anche
qui i bambini hanno ricevuto in dono zaino, quaderni, libri e
astuccio e alla manifestazione hanno partecipato anche diversi
genitori.
Proseguendo
il giro siamo arrivati fino ai pascoli più alti, dove in estate le
famiglie di pastori si accampano con le tende. Infatti, quando fa
molto caldo e tutto è arido, più in alto si va, più erba c’è
per il bestiame. Questa estate, oltre alle tende delle famiglie,
c’era anche la tenda scuola. In quel momento (si era quasi a metà
settembre), di tende ne era rimasta una sola. Abbiamo lasciato due
zainetti ad una mamma ed abbiamo salutato da lontano due puntini
colorati, i bimbi, che erano più in alto con le pecore.
Sulla
strada del ritorno abbiamo continuato a consegnare zainetti, fino a
che ci hanno invitato a prendere il thè.
Ci
siamo così fermati in un piccolo villaggio molto pittoresco. Qui
c’era molto verde, un ruscello vi passava in mezzo e molti bimbi
avevano mani e piedi nell’acqua nonostante fosse freddissima. Le
donne vi lavavano i panni, le papere nuotavano con nidiate al
seguito, le mucche e gli asini si abbeveravano. C’erano anche
coltivazioni di meli e i frutti erano squisiti. Abbiamo trovato
anche le more.
Le
donne della famiglia che ci invitava si sono messe al lavoro: pane
caldo, schiacciatine col miele, burro ottimo.
Contrariamente
alla città o ad altre parti del Marocco, qui la famiglia non ha
mangiato con noi ospiti. E’ una usanza tipica dei berberi che,
anche caratterialmente, sono diversi dagli arabi. Un’altra
diversità che abbiamo notato è che i berberi baciano la mano a
tutti, per salutare, mentre gli arabi lo fanno solo con gli anziani
in segno di rispetto.
Abbiamo
poi disceso la montagna quasi al buio, fino alle colline di polvere
rossa, che è entrata un’altra volta dappertutto. Siamo tornati
stanchissimi in città, alla sede del COSPE, dove Christian ed Ester
ci hanno fatto trovare qualcosa da mangiare già pronto, giacchè
non ce la facevamo proprio più.
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Il
giorno seguente è stato per me il meno divertente, ma per
la mamma e la zia ugualmente interessante: si teneva una
riunione riguardo all’organizzazione dei corsi
professionali per le donne.
Nell’asilo,
situato al piano inferiore, i bimbi imparavano la lettera B.
Io invece ho preteso di giocare.
Valutato
il lavoro dell’anno passato, è stato rilevato come il
problema principale fosse mettere in pratica gli
insegnamenti ricevuti: in generale per la difficile vendita
dei prodotti, sempre per le stesse ragioni già dette. Per
il cucito in particolare, per esempio anche a causa
dell’alto costo delle macchine per cucire. Il progetto del
COSPE prevede anche microcredito: cioè piccoli prestiti
senza interessi. Ma per comprare una sola macchina da
cucire, ben quattro donne avrebbero dovuto avere il prestito
e lavorare a turno.
In
Marocco, se non si hanno soldi, è difficile farne; e più
che se ne hanno, più se ne fanno. E’ vero che per questa
cosa tutto il mondo è paese, ma ci sono paesi più
“paesi” di altri.
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| CITTA’
- CAMPAGNA: ESSERE
BAMBINI
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| Tornato
a Rabat, ripensando a Khenifra, ho notato che, per quanto riguarda
il lavoro minorile, qui l’età dei bambini lavoratori è maggiore.
Comunque, quasi tutte le botteghe hanno garzoni in età scolare e i
bambini hanno in genere più responsabilità: vanno a prendere
l’acqua, se in casa non c’è (nei quartieri delle baracche),
portano a cuocere il pane, accudiscono i loro fratelli più piccoli,
più dei genitori; le bambine in particolare cambiano i fratellini e
li addormentano sulla schiena. Devono inoltre pulire, lavare,
cucinare. |
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| ITALIA
– MAROCCO: ESSERE BAMBINI
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Una
diversità fra essere bambini in Italia e esserlo in Marocco dipende
dal fattore economico: qua spesso abbiamo il superfluo e siamo anche
troppo viziati e messi al centro dell’attenzione, non si cresce
mai.
Là,
come dovunque si trovino povertà e ignoranza, spesso il bambino
viene considerato presto adulto, lasciato un po’ a se stesso: vige
la legge del più forte e anche in famiglia è l’ultima ruota del
carro.
Per
come mi vedono privilegiato in confronto a loro, mi dicono che devo
diventare almeno come Ronaldo o Batistuta: per tutte le attenzioni
di cui sono oggetto, dovrò essere una persona veramente speciale.
Una
differenza culturale che è sempre presente, anche quando ci si
preoccupa di loro, non ci sono problemi economici e si dà
importanza all’istruzione, è che i bambini non sono esclusiva
proprietà dei genitori: spesso vengono allevati da parenti,
soprattutto se si hanno impegni di lavoro o se di figli se ne hanno
tanti.
Questo
atteggiamento si ritrova anche nell’allattamento: è molto facile
che i bambini, ogni tanto, vengano allattati da altre donne che non
sono la madre, non solo in caso di bisogno, ma anche come scambio
confidenziale: Questo è espressione di un tipo di famiglia che in
Italia è ormai rara: la “famiglia allargata”.
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Sicuramente ci
potrà sembrare strano, ma anche qui un tempo la famiglia non era
composta solo da genitori e figli. La “famiglia allargata” fa sì
che un bimbo non sia solo figlio tuo, ma un po’ figlio di tutti,
della comunità, perché anche se è a giocare da solo per strada,
tutti sappiano cosa sta facendo e sia controllato da mille occhi. Se
ha fame, entri in una casa qualsiasi e gli venga dato un pezzo di
pane. Il suo quartiere diventa così la sua famiglia, è inserito in
una rete di relazioni molto forte.
Questo
è molto positivo per sentirsi parte di un tutto, per sviluppare un
senso di appartenenza necessario
a crescere con delle radici profonde.
Per
quanto mi riguarda spero di crescere con radici belle profonde sia in
Italia che in Marocco.
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