GIRAMONDO

VIAGGIO IN  MAROCCO (download testo 53 kb)
LA MIA CASA IN MAROCCO  
Sono stato un mese e mezzo in Marocco per le vacanze, perché la mia famiglia è per metà marocchina. La nostra casa è a Rabat, la capitale. 
 
Mio nonno abita al piano terra di una casetta di tre piani, col terrazzo al posto del tetto, dove si lavano i panni, si cuoce il pane in forno, si arrostiscono gli spiedini sul carbone.  
 
La casa ha una sola piccola finestra per essere più fresca; al posto delle sedie ci sono divani e il tavolo è basso basso. Si mangia piccante, non con le forchette, ma con il pane, si beve tanto thè alla menta.

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Dalla nostra via non passano le macchine e ci sono tantissimi bambini a giocare per strada. 
 
La porta è sempre aperta e io ero sempre fuori a giocare con loro con tutto ciò che si trovava: sassi, bastoni, latte vuote da suonare come tamburi, gatti e polli da rincorrere. 
 
Se qualcuno aveva qualcosa: giocattoli, gelato o caramelle, li divideva sempre con tutti.
Anche se il mare era vicino, solo io ci andavo tutti i giorni. Un certo giorno tutti i bambini sono spariti, ma per poco: erano andati a scuola. All’ora di pranzo formavano un fiume dalle classi fino alle case.
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Durante questa vacanza, ho vissuto un’esperienza particolare. Sono andato con la mamma e la zia a Khenifra, nella cui Provincia il COSPE ha un progetto di “sviluppo umano”. Sarebbe a dire che si cerca di migliorare le condizioni di vita della popolazione.
 
Una parte del progetto del COSPE prevede che si insegni un lavoro da poter fare in proprio o in cooperativa. Infatti in tutto il Marocco un problema molto grave è la disoccupazione. E anche se si lavora, lo si fa sotto qualcuno che ti sfrutta e si prende tutto il profitto. Il COSPE cerca di fare in modo che le persone partecipino attivamente alla realizzazione dei progetti e che, insieme ad una certa “indipendenza economica” (guadagno), arrivino ad avere l’abitudine di far sentire la propria voce nelle decisioni che riguardano il proprio villaggio, la propria famiglia, le proprie aspirazioni; venga raggiunta, insomma, una “democratizzazione della società” a partire dal “basso” (dal popolo). E soprattutto si cerca di coinvolgere le donne. Infatti sono quelle che, anche in famiglia, sono meno ascoltate (se riescono a guadagnare qualcosa sono anche più tenute in considerazione e hanno più potere). Insieme al lavoro viene insegnato loro anche a leggere, scrivere, contare e alcuni principi sanitari.
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Visitando un paesino di montagna, siamo stati invitati in una casa a prendere il thè (sempre alla menta) e a mangiare pane e burro. 
Dovunque vai, tutti ti invitano a prendere il thè e a mangiare. Il burro è buonissimo: infatti lo fanno col latte delle loro mucche (ogni casa ha una stalla). 
 
E quelli che portano a pascolare le mucche, e soprattutto le pecore, sono i bambini. Anche se vanno a scuola, dopo devono andare a badare le pecore e gli altri animali. 
Anche i padroni di asini sono bambini e portano carichi e persone in posti che altrimenti sarebbero inaccessibili.

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I BERBERI  
In questa zona del Marocco non si parla l’arabo, ma un dialetto berbero. 

Quando mia zia chiedeva una informazione in arabo, gli adulti capivano, ma spesso rispondevano in berbero. 

I bambini invece vanno a scuola (almeno nei villaggi più grandi), per cui riescono a parlare, leggere e scrivere in arabo, che per loro è come una lingua straniera.

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LA COOPERATIVA DELLE DONNE  
Al villaggio c’è una cooperativa di donne che tessono coperte e cuscini tipici. La  cooperativa permette di non essere sfruttate e di possedere un telaio. 
Ma la difficoltà è vendere i prodotti, anche se sono molto belli: le donne si possono spostare poco fuori casa e non vanno a vendere al mercato (che si tiene solo nelle cittadine più grandi).

 

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In un altro villaggio a maggior altitudine il COSPE ha fatto costruire un abbeveratoio per il bestiame e ha in progetto di migliorare la fontana, da dove tutti prendono l’acqua per le case e dove lavano i vestiti.
Contrariamente all’acqua, la luce arriva anche nelle case. In altri posti più lontani, questo non accade.
Mentre i grandi discutevano del progetto, tutti i bimbi ci hanno seguito per vedere la novità e hanno improvvisato uno spettacolo con una mucca, facendo finta che scappasse e provando a turno a riacchiapparla.
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IL RISTORANTE FAI – DA – TE  
Tornati in città siamo andati a mangiare fuori, dove adottano un sistema che qua non esiste: si va dal macellaio, si comperano vari tipi di carne (anche fegato e cuore che vengono usati molto), ci si fanno fare a pezzettini e condire; dopo di che si portano fuori, dove c’è un barbecue e dei tavolini, ci si siede e si aspetta che ci arrostiscano la nostra carne: se poi si vuol mangiare altri piatti, si possono andare a prendere altre pietanze da altri negozi: non si arrabbiano. Così ci siamo mangiati anche la minestra.

 

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IL SENSO DEL TEMPO  
Quando i marocchini ci hanno portato in giro, anche se avevamo appuntamento alle sette, siamo partiti alle dieci. Dovevamo tornare dopo pranzo e siamo tornati la sera. Il senso del tempo nel mondo è relativo.
In Marocco per esempio, gli orari sono molto flessibili: si mangia all’ora giusta, all’ora che si ha fame, all’ora che vengono ospiti; si dorme quando si ha sonno, quando non si ha niente da fare, o mai, se c’è una festa.

 

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I BAMBINI PASTORI A SCUOLA  
Accompagnavamo un maestro che lavorava ad un progetto contro il lavoro minorile, per mandare a scuola i bambini pastori. E’ stato un bel giro tra le montagne: siamo partiti in fuoristrada fra le colline di terra rossa. La polvere rossa entrava dappertutto, anche con i finestrini chiusi. Siamo arrivati fino ai boschi e nel punto più alto, fino alla foresta di cedri, dove un branco di scimmie è scappato davanti alle ruote della jeep. Percorrendo una mulattiera, cioé un sentiero che si fa solo a dorso d’asino, ci siamo fermati in un paesino dove c’era una scuola.
Era una semplice stanza e i bambini la pulivano da soli e andavano a prendere i secchi d’acqua alla fontana.
Non è solo nei villaggi berberi del Marocco che gli alunni puliscono la loro scuola: questo viene fatto in molti paesi del mondo ed anche in diverse nazioni europee, con l’intento di educare i ragazzi ad avere cura del luogo dove stanno per gran parte del loto tempo e di pulire ciò che sporcano.

Essendo in alta montagna, l’aria era molto fresca anche se il sole picchiava e all’ombra faceva veramente freddo. Tutti i bimbi avevano abiti di lana e le guance rosse per il sole e il vento. In tutto il Marocco si usa la lana anche d’estate. Deve essere retaggio di quando erano pastori nomadi: la lana, oltre ad essere il primo tessuto disponibile per la grande presenza di pecore, preserva dal freddo, ma anche dal troppo calco.
Nella scuola c’è stato l’appello di tutti i bimbi iscritti al primo anno ed il regalo a ciascuno: uno zainetto con dentro tutto il necessario. I nuovi alunni potevano essere piccolissimi, ma c’erano anche dei ragazzi belli alti. Il maestro aveva seguito questi ed altri bambini durante l’estate, per prepararli all’anno scolastico.
Abbiamo continuato ad arrampicarci in montagna con la jeep alla ricerca dei bimbi del primo anno. Il maestro ci ha portato casa per casa nei posti più lontani.
Qualcuna era veramente isolata e per raggiungerla avremmo dovuto fare diversi chilometri a piedi.
Una cosa che mi è piaciuta è stato che, anche nei villaggi di pochissime case (cinque o sei), sia stata costruita la scuola. Anche qui i bambini hanno ricevuto in dono zaino, quaderni, libri e astuccio e alla manifestazione hanno partecipato anche diversi genitori.
Proseguendo il giro siamo arrivati fino ai pascoli più alti, dove in estate le famiglie di pastori si accampano con le tende. Infatti, quando fa molto caldo e tutto è arido, più in alto si va, più erba c’è per il bestiame. Questa estate, oltre alle tende delle famiglie, c’era anche la tenda scuola. In quel momento (si era quasi a metà settembre), di tende ne era rimasta una sola. Abbiamo lasciato due zainetti ad una mamma ed abbiamo salutato da lontano due puntini colorati, i bimbi, che erano più in alto con le pecore.
Sulla strada del ritorno abbiamo continuato a consegnare zainetti, fino a che ci hanno invitato a prendere il thè.
Ci siamo così fermati in un piccolo villaggio molto pittoresco. Qui c’era molto verde, un ruscello vi passava in mezzo e molti bimbi avevano mani e piedi nell’acqua nonostante fosse freddissima. Le donne vi lavavano i panni, le papere nuotavano con nidiate al seguito, le mucche e gli asini si abbeveravano. C’erano anche coltivazioni di meli e i frutti erano squisiti. Abbiamo trovato anche le more.
Le donne della famiglia che ci invitava si sono messe al lavoro: pane caldo, schiacciatine col miele, burro ottimo.
Contrariamente alla città o ad altre parti del Marocco, qui la famiglia non ha mangiato con noi ospiti. E’ una usanza tipica dei berberi che, anche caratterialmente, sono diversi dagli arabi. Un’altra diversità che abbiamo notato è che i berberi baciano la mano a tutti, per salutare, mentre gli arabi lo fanno solo con gli anziani in segno di rispetto.
Abbiamo poi disceso la montagna quasi al buio, fino alle colline di polvere rossa, che è entrata un’altra volta dappertutto. Siamo tornati stanchissimi in città, alla sede del COSPE, dove Christian ed Ester ci hanno fatto trovare qualcosa da mangiare già pronto, giacchè non ce la facevamo proprio più.

 

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Il giorno seguente è stato per me il meno divertente, ma per la mamma e la zia ugualmente interessante: si teneva una riunione riguardo all’organizzazione dei corsi professionali per le donne.
Nell’asilo, situato al piano inferiore, i bimbi imparavano la lettera B. Io invece ho preteso di giocare.
Valutato il lavoro dell’anno passato, è stato rilevato come il problema principale fosse mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti: in generale per la difficile vendita dei prodotti, sempre per le stesse ragioni già dette. Per il cucito in particolare, per esempio anche a causa dell’alto costo delle macchine per cucire. Il progetto del COSPE prevede anche microcredito: cioè piccoli prestiti senza interessi. Ma per comprare una sola macchina da cucire, ben quattro donne avrebbero dovuto avere il prestito e lavorare a turno.
In Marocco, se non si hanno soldi, è difficile farne; e più che se ne hanno, più se ne fanno. E’ vero che per questa cosa tutto il mondo è paese, ma ci sono paesi più “paesi” di altri.
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CITTA’ -  CAMPAGNA: ESSERE BAMBINI  
Tornato a Rabat, ripensando a Khenifra, ho notato che, per quanto riguarda il lavoro minorile, qui l’età dei bambini lavoratori è maggiore. 

Comunque, quasi tutte le botteghe hanno garzoni in età scolare e i bambini hanno in genere più responsabilità: vanno a prendere l’acqua, se in casa non c’è (nei quartieri delle baracche), portano a cuocere il pane, accudiscono i loro fratelli più piccoli, più dei genitori; le bambine in particolare cambiano i fratellini e li addormentano sulla schiena. Devono inoltre pulire, lavare, cucinare.

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ITALIA – MAROCCO: ESSERE BAMBINI  
Una diversità fra essere bambini in Italia e esserlo in Marocco dipende dal fattore economico: qua spesso abbiamo il superfluo e siamo anche troppo viziati e messi al centro dell’attenzione, non si cresce mai.
Là, come dovunque si trovino povertà e ignoranza, spesso il bambino viene considerato presto adulto, lasciato un po’ a se stesso: vige la legge del più forte e anche in famiglia è l’ultima ruota del carro.
Per come mi vedono privilegiato in confronto a loro, mi dicono che devo diventare almeno come Ronaldo o Batistuta: per tutte le attenzioni di cui sono oggetto, dovrò essere una persona veramente speciale.
Una differenza culturale che è sempre presente, anche quando ci si preoccupa di loro, non ci sono problemi economici e si dà importanza all’istruzione, è che i bambini non sono esclusiva proprietà dei genitori: spesso vengono allevati da parenti, soprattutto se si hanno impegni di lavoro o se di figli se ne hanno tanti.
Questo atteggiamento si ritrova anche nell’allattamento: è molto facile che i bambini, ogni tanto, vengano allattati da altre donne che non sono la madre, non solo in caso di bisogno, ma anche come scambio confidenziale: Questo è espressione di un tipo di famiglia che in Italia è ormai rara: la “famiglia allargata”.
 Sicuramente ci potrà sembrare strano, ma anche qui un tempo la famiglia non era composta solo da genitori e figli. La “famiglia allargata” fa sì che un bimbo non sia solo figlio tuo, ma un po’ figlio di tutti, della comunità, perché anche se è a giocare da solo per strada, tutti sappiano cosa sta facendo e sia controllato da mille occhi. Se ha fame, entri in una casa qualsiasi e gli venga dato un pezzo di pane. Il suo quartiere diventa così la sua famiglia, è inserito in una rete di relazioni molto forte.
Questo è molto positivo per sentirsi parte di un tutto, per sviluppare un senso di appartenenza necessario  a crescere con delle radici profonde. Per quanto mi riguarda spero di crescere con radici belle profonde sia in Italia che in Marocco.
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